sabato 14 aprile 2018

Sohaib Bouimadaghen, ladruncolo maldestro.


Secondo la gendarmeria Sohaib Bouimadaghen è uno dei ladruncoli maldestri che a Torino il 3 giugno 2017 avrebbe spruzzato spray al peperoncino per arraffare un po' di collanine d'oro in Piazza San Carlo, affollata di sudditi intenti a sbevazzare in santa pace e a guardarsi le pallonate al megaschermo.
Alla sua iniziativa seguì un quarto d'ora d'inferno con un morto, molte centinaia di feriti e -cosa molto più grave- un lungo strascico di grane per i potenti della città.
Una ringhiera vi ha messo in ginocchio, avete calpestato bambini e donne per un petardo, ve ne accorgete solo quando vi tocca la pelle, c’è chi si alza senza la propria famiglia, sotto le macerie di una casa distrutta, senza né acqua né cibo, contro le più grandi forze mondiali.
Una delle pacifiche verità della vita è che persino un elemento del genere può dare prova, e senza alcuna fatica, di una lucidità di analisi totalmente assente nei ben vestiti grondanti sufficienza che compendiano la "libera informazione" occidentale e che si sono affrettati a definire per lo meno inquietante l'affermazione qui riportata.

giovedì 12 aprile 2018

Gas contro i civili siriani. Un'altra volta...? Militant Blog sulle barzellette della "libera informazione"


Sono anni che tirano fuori la foto di tuo figlio per farti approvare le aggressioni occidentali.

Repubblica Araba di Siria. A metà aprile 2018 ha capitolato il sobborgo damasceno di Ghouta, da otto anni controllato da combattenti dell'"opposizione".
Die Streitkräfte der Arabischen Republik Syrien siegt an allen Fronten.
In eloquente contemporanea le gazzette "occidentali" si sono riempite di autorevoli (risate in sottofondo) reportage sul generoso utilizzo di armi di sterminio da parte di Bashar al Assad (che è cattivo).
Nel mainstream della penisola italiana si è distinto per impegno in questo senso il Roberto Saviano di cui ci siamo più volte occupati (e non certo per dirne bene) diversi anni fa, quando ancora indugiavamo sul contenuto delle gazzette invece di occupare il poco tempo libero di cui dispone chi lavora tutto il giorno per farci un'idea del mondo consultando fonti molto più meritorie.
I signori nessuno di Militant Blog hanno invece pubblicato quanto segue, riportato qui senza alcuna modifica (ad eccezione di alcune evidenziature nel testo) perché pienamente condivisibile ad eccezione di alcune scelte terminologiche. 

 Sulla Siria e la colossale campagna di fake news costruita contro quel popolo ci siamo espressi decine di volte. Questa volta ci limitiamo a ripubblicare l’articolo uscito ieri sul Manifesto di Tommaso Di Francesco, di cui condividiamo ogni singola virgola e, in particolare, la tesi di fondo: la guerra in Siria non deve finire, perchè certificherebbe la sconfitta della proxy war occidentale e, al contrario, il trionfo geopolitico della Russia nel mantenere la Siria uno Stato unitario e sovrano. L’ennesima bufala sull’utilizzo di gas nei bombardamenti serve esattamente a questo: costringere l’opinione pubblica ad avallare l’intervento diretto Occidentale, in questo caso la coalizione neo-coloniale franco-americana. Di seguito, il pezzo di Di Francesco, un pezzo che finalmente ha il coraggio di ri-semantizzare alcuni concetti completamente sfuggiti di mano. Ad esempio questo: “il ruolo dei jihadisti dell’Isis, di al-Qaeda e galassie collegate, che se fanno attentati in Europa e negli States sono «terroristi», mentre in Siria sono «opposizione»”.

di Tommaso Di Francesco (qui).

La guerra in Siria non deve finire. Sembra questo l’assunto degli avvenimenti precipitosi in corso e sotto l’influsso dei racconti massmediatici che sparano la certezza, tutt’altro che verificata da fonti indipendenti, di un bombardamento al «gas nervino» o al «cloro», con cento vittime e gli occhi dei bambini – vivi fortunatamente – sbattuti in prima pagina. Ci risiamo. Temiamo che ancora una volta la verità torni ad essere la prima vittima della guerra. Soprattutto di quella siriana, una guerra per procura, che ha visto insieme a 400mila vittime e un Paese ridotto in rovine, i mille coinvolgimenti dell’Occidente, delle potenze regionali a cominciare dalla Turchia baluardo sud della Nato, il ruolo dei jihadisti dell’Isis, di al-Qaeda e galassie collegate, che se fanno attentati in Europa e negli States sono «terroristi», mentre in Siria sono «opposizione». La guerra è anche di parole.
Tra i dubbi che emergono, c’è un fatto concreto, un déjà vu: il raid dei jet israeliani inviati dall’«umanitario» Netanyahu a colpire una base aerea siriana, con altre vittime, civili e non. L’ evento getta piena luce su una tragedia alimentata all’origine per destabilizzare la Siria così come con «successo» era accaduto in Libia. E che, comunque la si definisca, vede le vite dei civili, donne, anziani, bambini alla mercé dei fronti opposti. Perché? Perché permette di comprendere quel che davvero sta accadendo. La guerra, di fatto vinta da Assad e dal fronte che lo sostiene, Russia e Iran e al quale dopo il vertice di Ankara si è aggiunta l’atlantica Turchia, non deve né può finire con il risultato destabilizzante della sconfitta dell’asse sunnita a guida dell’Arabia saudita, l’asse avviato dalla coalizione degli Amici della Siria nel 2012-2013, suggellato pochi mesi fa da Trump con la fornitura di 100 miliardi di armi al regime dei Saud che ora vanno in viaggio d’affari, dall’Egitto di al-Sisi alla Gran Bretagna (dove la narrazione del «gas Sarin in Siria che si collega al caso Skripal», viene ribadita da Karen Pierce, ambasciatrice di Londra all’Onu). Così, proprio mentre il governo di Damasco ha di fatto riconquistato più di due terzi del Paese, lavora alla ricostruzione di molte città a partire dalla meraviglia in cenere di Aleppo, e mentre tratta con gli ultimi jihadisti di Ghouta perché si ritirino verso la roccaforte integralista residua di Idlib, ecco che scatta l’operazione «gas Sarin».
Così subito arrivano i «caschi bianchi» – esaltati in occidente quanto patrocinati dall’Arabia saudita e presenti solo nelle zone controllate da Al Qaeda (avete mai visto «caschi bianchi» soccorrere i civili delle stragi a Damasco provocate dai colpi partiti dalle zone controllate da al-Qaeda?). È una «operazione» attesa, dopo le precedenti del 2013 e del 2017. E che per essere veridica deve però dimostrare una tesi: che Assad giochi al suicidio politico mentre vince e in presenza del controllo militare russo sotto osservazione Onu e del mondo intero. Assad però, che non è una mammoletta e per restare in sella ha certo fatto scempio di una parte del suo popolo, tutto è meno che un suicida politico. Ora Damasco e la Russia respingono ogni accusa. E allora, chi potrebbe essere responsabile del presunto attacco al gas nervino o al cloro?
Per rispondere bisogna sottolineare tre elementi: i due cosiddetti attacchi precedenti; l’attuale crisi di legittimità di Trump, lo scatenatore di dazi sotto tiro ancora per il Russiagate; il ruolo di Israele mentre gioca con prepotenza criminale e altrettanta impunità al tiro al piccione con le vite dei civili palestinesi a Gaza. Dunque i precedenti.
Il 21 agosto 2013 sempre a Ghouta secondo il più importante giornalista d’inchiesta al mondo, Seymour Hersh. Premio Pulitzer per il reportage sul massacro di My Lai in Vietnam quando nel marzo 1968 le forze militari americane massacrarono a freddo 109 civili e responsabile delle rivelazioni sulla barbarie in Iraq del carcere americano di Abu Ghraib. L’attacco, da fonti dirette raccolte da Hersh sia in Siria che tra le alte sfere dell’intelligence Usa, non fu opera del regime di Assad ma dei ribelli jihadisti con il sostegno di Erdogan. Per una operazione mirata a far entrare in guerra subito gli Stati uniti che con Obama avevano intimato che l’uso di armi chimiche avrebbe oltrepassato «la linea rossa». L’intervento fu evitato all’ultimo momento per la mediazione della Russia, di papa Bergoglio che invitò il mondo alla preghiera contro l’allargamento del conflitto, e dell’Onu che a fine 2014 dopo una missione di bonifica delle armi chimiche, decretò con l’accordo di tutti che in Siria non ce n’erano più. Il secondo precedente, del 4 aprile 2017, solo un anno fa a Khan Sheikhoun, con 72 vittime civili per effetto di una bomba sganciata dall’aviazione siriana che, per i Paesi occidentali era «al gas Sarin»; e al quale seguì però, con elogio bipartisan di repubblicani e democratici Usa, e di mezzo mondo, il lancio di 59 missili Tomahawak su una base aerea siriana usata anche dai russi. La nuova indagine di Seymour Hersh (apparsa sulla Welt am Sonntag) ha dimostrato, ascoltando fonti dell’establishment dell’intelligence Usa, che la bomba non poteva essere caricata a gas nervino perché esisteva una accordo di «deconfliction» tra servizi segreti americani e russi, proprio per evitare scontri diretti non voluti, secondo il quale i russi avevano fornito in precedenza i dettagli del bombardamento. «Non era un attacco con armi chimiche – rivelò a Hersh un esperto consigliere dell’intelligence statunitense – È una favoletta. Se fosse davvero così, tutte le persone coinvolte nel trasferire, caricare e armare l’arma … indosserebbero indumenti protettivi Hazmat in caso di perdite. Ci sarebbero ben poche possibilità di sopravvivenza senza questo vestiario». Qual era la verità: che la micidiale bomba aveva colpito deflagrando un deposito di armi e prodotti chimici, molti dei quali arrivati ai jihadisti proprio grazie alle forniture alla cosiddetta «opposizione siriana», il cui sostegno Usa è stato un fallimento per dichiarata ammissione della Cia. E, accusa Hersh: forniture arrivate per esplicita volontà dell’allora segretario di Stato Hillary Clinton.
Veniamo al ruolo di Trump, sotto accusa da quasi tutta la stampa Usa – fa eccezione il Boston Globe – e dal senatore McCain (“eroe” del Vietnam perché buttava napalm e agente Orange sui villaggi contadini?) – per avere annunciato il ritiro americano dalla Siria. Ora il populista Trump si prepara a bombardare, visto che ottiene più consenso se da isolazionista sposa il militarismo della «guerra umanitaria» che è tanto «di sinistra». Con effetti stavolta a dir poco controproducenti: la terza guerra mondiale non più «a pezzetti».
Ultima considerazione: che vuole Israele? Impunita per le stragi di civili a Gaza, punta alla provocazione con nuovi raid in Siria. Il primo obiettivo è aprire il fronte Iran; poi partecipare alla spartizione del Paese del quale occupa da tempo il Golan; e ora soccorrere Trump diventando la sua aviazione, anche per ripagarlo della sua criminale decisione di spostare a maggio l’ambasciata Usa a Gerusalemme. Insomma, vale la pena credere al giornalismo vero, d’inchiesta. Che non accettare le versioni mainstream di comodo di chi è il primo responsabile della guerra di turno.

mercoledì 28 marzo 2018

Nat Parry - A quindici anni dall'aggressione all'Iraq, male si è aggiunto a male



Traduzione da Consortium News.

Ignorando chi lo avvertiva che stava per scatenare la fine del mondo in medio oriente, George W. Bush lanciò fra il 19 e il 20 marzo del 2003 un deliberato attacco contro l'Iraq. A tutt'oggi siamo alle prese con le conseguenze di questo gesto.

Robert Jackson, pubblico ministero capo per gli Stati Uniti al processo di Norimberga contro i criminali di guerra nazisti, disse una volta che la guerra d'aggressione era la più grande minaccia del nostro tempo. L'Europa del 1945 era in gran parte ridotta a rovine fumanti; affermò che "intraprendere una guerra di aggressione [...] non costituisce soltanto un crimine a livello internazionale; un simile atto è il massimo reato a questo livello e differisce dagli altri crimini di guerra solo perché contiene intrinsecamente tutto il male che essi comportano."
Se spostiamo il discorso sull'invasione dell'ira compiuta dagli Stati Uniti 15 anni or sono, è difficile comprendere appieno il potenziale malefico che essa ha comportato. Esistono stime discordanti sui costi della guerra, ma i dati cui si fa comunemente riferimento indicano il costo per i contribuenti statunitensi nell'ordine del trilione di dollari, le vittime irachene in centinaia di migliaia, i caduti statunitensi attorno ai cinquemila. Altri centomila ameriKKKani sono rimasti feriti; i profughi iracheni cacciati dalle loro case sono quattro milioni.
Per quanto questi numeri possono sembrare stupefacenti, essi non arrivano neanche vicino a descrivere il costo reale della guerra o la portata del crimine commesso scatenandola fra il 19 e il 20 marzo del 2003. Oltre al prezzo da pagare in termini di denaro e di sangue il costo a carico dei principi elementari della giustizia internazionale, della stabilità geopolitica nel lungo termine e le conseguenze per il sistema politico statunitense sono altrettanto consistenti.


Lezioni apprese... e poi dimenticate

Sembrava che almeno per una volta le lezioni impartite dalla guerra fossero state ampiamente comprese e avessero avuto effetti sostanziali sulla politica ameriKKKana; ad esempio, i democratici presero controllo del congresso alle elezioni di metà mandato nel 2006 essenzialmente per il crescente senso di ostilità verso la guerra che esisteva nel paese; Barack Obama sconfisse Hillary Clinton alle primarie del 2008 soprattutto per il suo opposto concetto della guerra in Iraq.
Il mondo politico, da allora, ha di fatto spazzato sotto il tappeto tutto questo.
Una delle lezioni impartite dalla guerra fu ovviamente il fatto che i proclami provenienti dal mondo dei servizi meritavano di essere ampiamente presi con le molle. Nella preparazione alla guerra contro l'irata un decennio e mezzo fa, erano coinvolti anche quanti cercavano di mettere un freno ai settori politicizzati e scelti con estrema cura che l'amministrazione Bush usava per convincere il popolo ameriKKKano della necessità della guerra; per la maggior parte però i mass media e il mondo politico non fecero che ripetere a pappagallo le argomentazioni a sostegno della guerra, senza minimamente curarsi di ottenere conferme indipendenti a sostegno di determinate affermazioni e spesso senza neppure rifarsi ai principi elementari della logica.
Per esempio, anche quando gli ispettori delle Nazioni Unite capeggiati dal diplomatico svedese Hans Blix si mossero seguendo i suggerimenti del mondo dei servizi statunitense e non trovarono niente furono in pochi nel mondo mediatico a trarre la logica conclusione che i servizi avevano sbagliato (o che l'amministrazione Bush stava mentendo). Anzi, si disse che gli ispettori dell'ONU erano degli incompetenti e che Saddam Hussein era stato molto furbo a nascondere i propri armamenti di distruzione di massa.
Ecco: nonostante siano stati così mal consigliati nel 2002 e nel 2003, gli ameriKKKani di oggi si mostrano altrettanto creduloni verso i servizi, quando essi affermano che "la Russia ha manipolato le elezioni del 2016" senza produrne alcuna prova. I liberali in particolare si sono buttati a pesce sull'inchiesta condotta dal consigliere speciale Robert Mueller, considerato da più parti un modello di competenza. In realtà, come capo dello FBI ai tempi dell'amministrazione Bush, egli ebbe un ruolo fondamentale nell'avallo della narrativa sugli armamenti di distruzione di massa che servì a scatenare una guerra fuori da ogni diritto.
Davanti al Congresso, Mueller assicurò che "l'Iraq è in testa alla classifica" delle minacce alla sicurezza degli Stati Uniti. "Come già abbiamo riferito a questo Comitato," disse Mueller l'11 febbraio del 2003, "il programma di armamenti di distruzione di massa dell'Iraq rappresenta una chiara minaccia per la nostra sicurezza nazionale." Disse che Baghdad poteva fornire armamenti di distruzione di massa ad Al Qaeda per l'esecuzione di un catastrofico attaccco contro il territorio statunitense.
All'epoca Mueller si tirò addosso varie critiche, anche da parte della delatrice dello FBI Coleen Rowley, per aver parlato di rapporti tra l'Iraq e Al Qaeda; critiche cui si accompagnava la pretesa che lo FBI esibisse qualunque prova avesse a favore di questo ipotizzato legame.
Oggi invece Mueller viene celebrato dai democratici come la più grande speranza per abbattere Donald Trump. Persino George W. Bush ha potuto godere di una ritrovata popolarità, soprattutto grazie alle critiche pubblicamente rivolte a Trump; la maggioranza dei democratici oggi considera con favore il quarantatreesimo Presidente. Molti hanno anche fatto propria l'idea della guerra di aggressione, il più delle volte presentata come "intervento umanitario", come opzione favorita per affrontare sfide in politica estera come quella rappresentata dal conflitto siriano.
Quando il partito democratico scelse la Clinton come proprio candidato nel 2016 diventò chiaro che i democratici avevano accettato anche la sua propensione all'utilizzo della forza militare per arrivare a cambiare il governo di paesi considerati una minaccia per gli interessi statunitensi, Iraq, Iran o Siria che fossero.
Come senatore di New York ai tempi della preparazione della guerra contro l'Iraq, la Clinton non si limitò a votare a favore dell'aggressione statunitense, ma fu una fervente sostenitrice della guerra, che si doveva fare con o senza l'autorizzazione del Consiglio di Sicurezza dell'ONU. Il suo discorso in Senato del 10 ottobre 2002 in cui si pronunciava a favore dell'intervento militare presentava le stesse falistà usate dall'amministrazione Bush per alimentare il sostegno alla guerra; si affermava per esempio che Saddam Hussein aveva "aiutato, sostenuto e offerto rifugio ai terroristi, membri di Al Qaeda compresi."
"Se non contrastato," disse la Clinton, "Saddam Hussein continuerà ad alimentare la propria capacità di allestire armamenti biologici e chimici e continuerà a cercare di sviluppare armamenti nucleari. Nel caso dovesse riuscire nel suo intento, potrebbe alterare il panorama politico e le condizioni di sicurezza del Medio oriente, cosa che, come sappiamo tutti troppo bene, riguarda la sicurezza ameriKKKana."
La Clinton continuò a sostenere la guerra anche quando risultò evidente che l'Iraq non possedeva armamenti di distruzione di massa -primo casus belli per l'aggressione- e raffreddò il proprio entusiasmo solo nel 2006, quando fu chiaro che la base democratica era diventata nettamente contraria alla guerra e che la sua posizione da falco danneggiava le sue possibilità di candidarsi alla presidenza nel 2008. Otto anni dopo però i democratici erano a quanto pare passati ad occuparsi di altro, e il suo sostegno alla guerra non fu più considerato uno handicap per la corsa alla presidenza.
Una delle lezioni che andrebbe ricordata oggi, visto che gli USA stanno preparandosi al possibile confronto con altri paesi come la Corea del Nord e la Russia, è data dalla facilità con cui nel 2002-2003 l'amministrazione Bush convinse gli ameriKKKani che il governo di Saddam Hussein, lontano settemila miglia, costituiva per loro una minaccia. Le affermazioni sulle armi di distruzione di massa irachene erano false, e tra i molti che lo sostenevano c'era il gruppo di recente formazione dei Veteran Intelligence Porfessionals for Sanity che rilasciava a cadenze regolari dei memorandum diretti al Presidente e al popolo ameriKKKano in cui smontava le menzogne promosse dall'ambiente dei servizi statunitensi.
Ma anche se quanto si andava dicendo sul conto degli arsenali iracheni fosse stato vero, non ci sarebbe stata comunque ragione di credere che Saddam Hussein fosse sul punto di lanciare un attacco a sorpresa contro gli Stati Uniti. Insomma, gli ameriKKKani erano tutt'altro che convinti che l'Iraq fosse una minaccia per la loro incolumità e per la loro sicurezza. In compenso, il governo degli Stati Uniti era davvero una minaccia per l'incolumità e la sicurezza degli iracheni.
Lungi dal rappresentare una minaccia imminente per gli USA, nel 2003 l'Iraq era un paese già devastato dalla guerra che gli USA avevano capeggiato dieci anni prima e dalle stringenti sanzioni economiche che avevano provocato la morte di un milione e mezzo di iracheni (portando alle dimissioni due coordinatori umanitari dell'ONU, che le avevano definite una misura genocida). 


Minacce e spacconate

Anche se l'invasione non inziò ufficialmente fino al 20 marzo 2003 (a Washington era ancora il 19) gli USA avevano iniziato a minacciare esplicitamente un'aggressione dell'Iraq fin dal gennaio dello stesso anno; il Pentagono rese pubblici i piani per una campagna di bombardamenti del tipo cosiddetto "colpisci e terrorizza".
"Se il Pentagono si attiene al piano prefissato," riferì CBS News il 24 gennaio, "in un solo giorno di marzo l'aeronautica e la marina lanceranno fra i trecento e i quattrocento missili da crociera contro bersagli situati in Iraq... Un numero superiore a quello dei missili lanciati in tutti i quaranta giorni della prima Guerra del Golfo. Per il secondo giorno, i piani prevedono il lancio di altri trecento o quattrocento missili."
Un funzionario del Pentagono disse: "A Baghdad non esisterà posto sicuro."
Queste minacce profferite pubblicamente sembrarono essere una sorta di intimidazione o di guerra psicologica, e quasi certamente violavano la Carta delle Nazioni Unite in cui si stabilisce che "Tutti gli stati membri rifuggiranno, nelle proprie relazioni internazionali, dalla minaccia o dall'uso della forza ai danni dell'integrità o dell'indipendenza politica di qualsiasi stato, o in qualsiasi altro modo che non concordi con gli scopi delle Nazioni Unite."
Il piano ostentato dal Pentagono iniziò con limitati bombardamenti nella notte fra il 19 e il 20 marzo 2003; le forze statunitensi cercarono invano di uccidere Saddam Hussein. Fino al 21 marzo continuarono gli attacchi contro un piccolo numero di bersagli; cominciò quindi la campagna di bombardamenti propriamente detta. Le forze capeggiate dagli USA lanciarono circa 1700 attacchi aerei, 504 dei quali eseguiti con missili da crociera.
Nel corso dell'invasione gli USA gettarono in Iraq qualcosa come 10800 bombe a grappolo, ma sostennero di averne usate in numero molto minore.
"Il Pentagono presentò un quadro fuorviante sulle bombe a grappolo usate nel corso della guerra e sul numero di vittime civili che esse stavano provocando," riferì alla fine del 2003 USA Today. Nonostante si sostenesse che erano stati usati solo 1500 ordigni di questo tipo, con una sola vittima civile, "di fatto, gli Stati Uniti hanno usato 10782 bombe a grappolo," molte delle quali sganciate in zone urbane nel periodo compreso fra la fine di marzo e l'inizio di aprile del 2003.
Le bombe a grappolo hanno ucciso centinaia di civili iracheni e hanno seminato migliaia di ordigni inesplosi che hanno continuato a uccidere e a ferire civili per settimane dopo la fine degli scontri.
L'uso di questo tipo di ordigni è vietato da una convenzione internazionale sulle munizioni a grappolo che gli USA hanno rifiutato di firmare.
Nel tentativo di uccidere Saddam Hussein, il 7 aprile Bush ordinò il bombardamento di un ristorante iracheno. Un bombardiere B1-B sganciò quattro bombe guidate da duemila libbre del tipo usato per colpire i bunker. Gli ordigni distrussero l'edificio preso di mira, quello dove si trovava il ristorante Al Saa, e vari edifici intorno. Al loro posto rimase un cratere profondo sessanta piedi. Numero delle vittime, sconosciuto.
Gli avventori, fra i quali anche bambini, furono fatti a brandelli dalle bombe. Una madre ritrovò prima il busto della propria figlia, e poi la sua testa. In seguito i servizi statunitensi confermarono che Saddam Hussein non c'era.


Resistenza e torture

Dopo qualche settimana dall'inizio dell'invasione era chiaro che l'amministrazione Bush aveva sbagliato nel valutare una questione fondamentale, la volontà di resistenza degli iracheni. Ci si imbatté in una resistenza più accanita del previsto anche in città dell'Iraq meridionale come Umm Qasr, Bassora e Nassiriya, laddove si pensava che Saddam Hussein avesse pochi sostenitori. Poco dopo la caduta del governo, avvenuta il 9 aprile quando l'amministrazione Bush decise di sciogliere l'esercito iracheno, agevolò l'inizio di un'insurrezione contro gli Stati Uniti guidata da molti ex appartenenti all'esercito.
Nonostante il trionfale atterraggio di Bush su una portaerei avvenuto il Primo Maggio e il discorso pronunciato davanti a un enorme striscione con la scritta "missione compiuta", sembrava chiaro che il collasso del governo baathista altro non era stato che un primo passo in quella che sarebbe diventata una guerra di logoramento destinata a durare a lungo. Dopo lo scioglimento delle forze convenzionali irachene, gli USA iniziarono a riscontrare nel maggio 2003 un rapido incremento degli attacchi contro le truppe di occupazione in varie zone del cosiddetto triangolo sunnita.
QUesti attacchi erano sferrati anche da gruppi di insorti che usavano fucili d'assalto e razzi RPG contro le truppe di occupazione statunitensi; cresceva anche l'uso di ordigni improvvisati contro i convogli militari.
Probabilmente in vista di una prolungata occupazione e di una campagna militare contro l'insurrezione, in un memurandum del 2003 gli esperti di diritto dell'amministrazione Bush avevano concepito dottrine giuridiche che giustificassero certe tecniche di tortura, offrendo appigli legali "che potessero rendere una determinata condotta, in altri casi criminali, non contraria alla legge."
Questi esperti sostennero che il presidente o chiunque ne seguisse gli ordini non era sottoposto alle leggi statunitensi o ai trattati internazionali che vietano la tortura; affermarono che la necessità di "ottenere informazioni vitali per la protezione di innumerevoli cittadini ameriKKKani" passava avanti a qualsiasi obbligo l'amministrazione avesse nei confronti della normativa statunitense o del diritto internazionale.
"Al fine di rispettare l'autorità che la costituzione assegna al Presidente nella gestione di una campagna militare," affermava il memorandum, i divieti statunitensi in materia di tortura "devono essere intesi come non applicabili agli interrogatori condotti in forza dell'autorità del comandante in capo."
Nel corso dell'anno successivo vennero alla luce rivelazioni sull'ampio utilizzo della tortura in Iraq al fine di "raccogliere informazioni". Il giornalista d'inchiesta Seymour Hersh rivelò nel maggio 2004 sul New Yorker che un rapporto secretato dall'esercito lungo cinquantatré pagine e redatto dal generale Antonio Taguba concludeva che la polizia militare del carcere di Abu Ghraib era costretta da personale dei servizi a cercare di stroncare la resistenza dei prigionieri iracheni prima degli interrogatori.
"Vari detenuti sono rimasti vittime di molti casi di abusi sadici, plateali e continuati," scrisse Taguba.
Queste iniziative, autorizzate dai massimi livelli, rappresentavano sertie infrazioni alle leggi e al diritto internazionale, compresa la convenzione contro la tortura, la Convenzione di Ginevra sul trattamento dei prigionieri di guerra, allo War Crimes Act statunitense e al Torture Statute.
Probabilmente hanno avuto anche una loro importanza nell'ascesa del gruppo terroristico dello Stato Islamico, le cui origini sono state successivamente rintracciate in un carcere ameriKKKano in Iraq chiamato Camp Bucca. Camp Bucca è stato un luogo di abusi dilaganti contro i prigionieri; uno di essi, Abu Bakr al Baghdadi, è diventato in seguito capo dello Stato Islamico. Al Baghdadi è stato detenuto a Camp Bucca per quattro anni e ha iniziato lì a chiamare alla propria causa altri detenuti.


Le armi di distruzione di massa ameriKKKane

Oltre alla tortura e alle bombe a grappolo i crimini commessi nel corso degli anni contro il popolo iracheno hanno compreso massacri veri e propri, avvelenamenti a lungo termine e la distruzione di intere città.
C'è stato, nel 2004, l'attacco contro Falluja in cui contro i civili fu usato il fosforo bianco proibito dalle leggi di guerra. Ci fu nel 2005 il massacro di Haditha, in cui ventiquattro civili disarmati furono uccisi uno dopo l'altro dai Marines statunitensi. Ci fu il macello degli omicidi collateriali del 2007, rivelato da WikiLeaks nel 2010, che vide l'uccisione indiscriminata di più di dieci persone nel quartiere iracheno di Nuova Baghdad, tra i quali c'erano anche due appartenenti al personale della Reuters.
C'è poi il tragico strascico dei tumori e delle malformazioni neonatali causate dall'ampio utilizzo di uranio impoverito e di fosforo bianco da parte dai militari statunitensi. A Falluja il ricorso all'uranio impoverito ha portato a un tasso di malformazioni neonatali quattordici volte più alto di quello delle città giapponesi di Hiroshima e di Nagasaki, colpite dalle atomiche statunitensi alla fine della seconda guerra mondiale. Rilevando le nascite di bambini malformati a Falluja, il giornalista di Al Jazeera Dahr Jamail ha detto a Democracy Now nel 2013:
"E venendo a Falluja, di cui ho scritto un anno fa e in cui sono tornato anche in quest'occasione, vi si nota un numero impressionante di malformazioni congenite nei neonati... Sono cose, dico, che è difficilissimo stare a vedere. Sono cose di cui è durissimo riferire. Ma dobbiamo comunque prenderne tutti atto, data la quantità di uranio impoverito usata dall'esercito USA durante il brutale attacco alla città del 2004 e delle altre munizioni tossiche come il fosforo bianco, tra l'altro."
Un rapporto inviato all'Assemblea Generale dell'ONU dal dottor Nawal Majid AL Sammarai, ministro iracheno per la condizione femminile, afferma che nel settembre 2009 all'ospedale di Falluja sono nati 170 bambini. Il 75% di essi presentava malformazioni. Un quarto di essi è morto entro la prima settimana di vita.
L'utilizzo dell'uranio impoverito da parte dei militari ha causato uno spiccato aumento dei casi di leucemia e di malformazioni neonatali anche nella città di Najaf, città in cui si svolse uno dei fatti d'armi più duri all'epoca dell'invasione del 2003. Secondo i medici locali il cancro vi è diventato più frequente dell'influenza.
Alla fine della guerra molte grandi città irachene fra cui Falluja, Ramadi e Mossul erano ridotte in macerie. Nel 2014 un ex direttore della CIA ammise che l'Iraq come stato sovrano era stato sostanzialmente distrutto.
"Io sono dell'idea che l'Iraq abbia letteralmente cessato di esistere," ha detto Michael Hayden, sottolineando che il paese era frammentato in varie parti che non pensava si potessero "rimettere nuovamente insieme." In altre parole gli USA avevano fatto ricorso al proprio ampio arsenale di armi di distruzione di massa vere e avevano completamente distrutto un paese sovrano.


Conseguenze prevedibili

Tra le conseguenze delle politiche adottate c'è stata la prevedibile crescita dell'estremismo islamico; la National Intelligence Estimate, che rappresenta un punto di vista consensuale dei 16 servizi di spionaggio del governo statunitense, ammoniva nel 2006 che l'occupazione statunitense in Iraq stava provocando la nascita di una generazione di islamici radicali completamente nuova. Secondo un funzionario dei servizi statunitensi esisteva concordanza di pareri sul fatto che "la guerra in Iraq ha portato ad un peggioramento del problema del terrorismo inteso nel suo complesso."
La valutazione affermava che esistevano diversi fattori che stavano "nutrendo la diffusione del movimento jihadista," ivi compresi "problemi ben radicati come la corruzione, l'ingiustizia, il timore di una dominazione occidentale che portavano a rabbia, umiliazione e senso di impotenza," insieme ad un "pervasivo sentimento antiameriKKKano diffuso presso la maggior parte dei musulmani; tutte cose che gli jihadisti sfruttano."
Anziché adottare mutamenti sostanziali o tornare indietro rispetto a certe politiche, a Washington si concordò una strategia che perseguiva con ancora maggiore intensità le condotte errate che avevano fatto nascere i gruppi dello jihad radicale. Invece di ritirarsi dall'Iraq, gli Stati Uniti decisero nel 2007 di inviare nel paese ventimila uomini in più, nonostante l'opinione pubblica fosse decisamente contraria alla guerra.
Un sondaggio di Newsweek dell'inizio del 2007 mostrò che il 68% degli ameriKKKani era contrario a questa decisione; un altro sondaggio svolto subito dopo il discorso sullo stato dell'Unione tenuto da Bush nello stesso anno rilevò che secondo il 64% degli interpellati il congresso non era stato sufficientemente perentorio nel contrastare l'amministrazione Bush sul comportamento seguito nel corso della guerra.
Il 27 gennaio 2007 a Washington sfilò un corteo composto da mezzo milione di persone che incitavano il 110º congresso appena insediatosi "a contrastare Bush", esortandolo a tagliare i finanziamenti per la guerra con lo slogan "non un solo dollaro in più, non un solo morto in più." Con questa manifestazione il movimento contrario la guerra mostrava di essere sempre più combattivo: centinaia di manifestanti fecero irruzione attraverso i cordoni della polizia e si diressero verso il Campidoglio.
Anche se vi furono altre manifestazioni molto nutrite un paio di mesi dopo in occasione del sesto anniversario dell'invasione, tra le quali un corteo verso il Pentagono con alla testa i veterani della guerra in Iraq, nel corso degli anni successivi le attività del movimento contrario alla guerra si indebolirono sensibilmente. La stanchezza può anche spiegare in parte lo scemare del sostegno nei confronti delle mobilitazioni di massa, ma gran parte di questo declino può essere senza dubbio spiegata dall'affermarsi della candidatura di Barack Obama. Milioni di persone calarono le loro energie in questa campagna, e molte di esse speravano che Obama rappresentasse un vero cambiamento rispetto agli anni di Bush.
Uno dei vantaggi di Obama sulla Clinton alle primarie del partito democratico era costituita dal fatto che Obama era stato uno dei primi ad opporsi alla guerra in Iraq, mentre la Clinton era stata una delle sue più rumorose sostenitrici. Questo portò molti elettori ameriKKKani a credere nel 2008 di aver eletto qualcuno che poteva mettere un limite all'avventurismo militare degli Stati Uniti e porre rapidamente fine al loro coinvolgimento in Iraq. Solo che non è stato così. La missione di combattimento si trascinò per molto tempo durante il primo mandato del Presidente Obama.


Guerra, guerra e ancora guerra

Dopo i plateali fallimenti in Iraq, gli USA rivolsero la propria attenzione alla Libia e nel 2011 rovesciarono il governo di Gheddafi ricorrendo a milizie armate coinvolte in crimini di guerra e sostenute dal potenziale aereo della NATO. Dopo la caduta di Gheddafi le sue scorte di armmamenti furono fatte arrivare ai ribelli in Siria, alimentando la guerra civile in quel paese. L'amministrazione Obama nutrì un sincero interesse per la destabilizzazione del governo siriano, perseguita facendo arrivare armamenti che spesso cadevano in mano ad estremisti.
La CIA addestrò e armò i cosiddetti "ribelli moderati" in Siria solo per ritrovarsi con formazioni che cambiavano parte unendosi a forze come lo Stato Islamico o gli affiliati ad Al Qaeda del Fronte an Nusra. Altre si arrendevano a gruppi estremisti sunniti e gli armamenti forniti dagli USA finivano presumibilmente negli arsenali degli jihadisti. Altri gruppi ancora lasciavano semplicemente perdere, o sparivano nel nulla.
Oltre alla Siria e alla Libia, Obama estese il coinvolgimento militare ameriKKKano ad altri paesi, compresi lo Yemen, la Somalia e il Pakistan, e rafforzò nel 2009 il contingente in Afghanistan. Nonostante il ritiro -in ritardo- dei soldati dall'Iraq con la partrenza dell'ultimo contingente il 18 dicembre 2011, durante la presidenza Obama sono cresciuti molto gli attacchi tramite droni e i bombardamenti aerei.
Durante il suo primo mandato Obama ha fatto lanciare ventimila tra bombe e missili. Una cifra che si è impennata nel corso del suo secondo mandato arrivando a superare i centomila. Nell'ultimo anno della presidenza Obama, nel 2016, gli USA hanno lanciato quasi tre bombe ogni ora, per ventiquattro ore al giorno.
Obama si è distinto anche per essere stato il quarto presidente di seguito a bombardare l'Iraq. Bersagliato da critici che lo accusavano di aver consentito l'ascesa dello Stato Islamico in Iraq, Obama decise di tornare indietro rispetto all'iniziale decisione di ritirarsi dal paese, e nel 2014 ricominciò con i bombardamenti. In un discorso al popolo ameriKKKano il 10 settembre 2014 il Presidente Obama disse che "lo Stato Islamico rappresenta una minaccia per il popolo iracheno, per il popolo siriano e per il Medio Oriente in generale, ivi compresi i cittadini, il personale e le strutture ameriKKKani."
"Se lasciati liberi di agire," prosegùì, "questi terroristi potrebbero arrivare a costituire una crescente minaccia oltre i limiti della regione e per gli Stati Uniti stessi. Non abbiamo ancora notizia di piani precisi contro il nostro paese, ma i capi dello Stato Islamico hanno minacciato l'AmeriKKKa e i nostri alleati."
Ovviamente questi non sono altro che gli esiti contro cui molte voci che invitavano alla prudenza avevano messo in guardia nel 2002 e nel 2003, quando milioni di ameriKKKani scendevano nelle strade a protestare contro l'imminente aggressione all'Iraq. Sia chiaro che non era solo la sinistra contraria alla guerra a invocare una rinuncia; anche personaggi dello establishment e degli ambienti ultraconservatori si dicevano preoccupati.
L'ex generale Anthony Zinni, per esempio, all'epoca inviato in Medio Oriente per George W. Bush, disse nell'ottobre 2002 che invadendo l'Iraq "faremo una cosa che appiccherà un tale incendio in questa zona che malediremo il giorno che abbiamo avuto quest'idea." Brent Scowcroft, consigliere per la sicurezza nazionale nel primo mandato di Bush, disse che attaccare l'Iraq poteva "scatenare uno Armageddon in Medio Oriente".
Non importava. Bush agiva d'istinto e aveva i suoi propositi. Ogni ammonimento fu spazzato via e si andò avanti con l'invasione.


La campagna del 2016

Donald Trump, all'epoca candidato alla presidenza, iniziò a rimbrottare Bush per la guerra in Iraq nel corso della campagna per le primarie del partito repubblicano nel 2015 e nel 2016- Trump definìla decisione di invadere l'Iraq c"un errore bello grosso," e non solo si accaparrò parte dei voti degli ultraliberali contrari alla guerra, ma consolidò la propria immagine di outsider della politica che "dice le cose come stanno."
Dopo che Hillary Clinton si fu affermata come candidato democratico, con tutto il suo curriculum di entusiasta sostenitrice di praticamente tutti gli interventi militari statunitensi e di fautrice di un maggior coinvolgimento in paesi come la Siria, gli elettori sono diventati scusabili se hanno pensato che il partito repubblicano fosse a quel punto il partito pacifista, e quello democratico il partito dei falchi.
Lo scomparso Robert Parry osservò nel giugno del 2016 che "Inebriati dalla sensazione suscitata dall'aver portato per la prima volta una donna alla candidatura presidenziale in uno dei maggiori partiti, i democratici non sembra abbiano badato gran che al fatto che hanno abbandonato la posizione che li caratterizzava da quasi cinquant'anni come partito più scettico sull'utilizzo della forza militare. La Clinton è platealmente un falco; un falco che non ha dato segno di resipiscenza circa il proprio atteggiamento bellicista."
L'ala contraria alla guerra all'interno del partito democratico è stata ulteriormente marginalizzata nel corso della convention nazionale del partito; i cori "mai più guerra" scanditi durante il discorso dell'ex Segretario alla Difesa Leon Panetta furono zittiti dallo establishment del partito che rispose con un coro di "USA!" per soffocare le voci pacifiste, e arrivò a staccare le luci che illuminavano i segmenti pacifisti del pubblico. Un messaggio chiaro; all'interno del partito democratico, per il movimento contro la guerra non c'era posto.
La sorprendente vittoria di Trump contro la Clinton nel novembre del 2016 ha svariate cause. Non occorre sforzare troppo la fantasia però per immaginare che una di queste può essere stata il persistente atteggiamento contrario alla guerra che datava al disastro iracheno e alle altre campagne dell'esercito statunitense. Molti di coloro che erano stanchi dell'avventurismo militare statunitense possono esser stati irretiti dalla retorica di Trump, ai limiti dell'isolazionismo; altri possono aver votato per un partito alternativo, come i Libertari o i Verdi, entrambi fortemente contrari all'interventismo statunitense.
Nonostante le occasionali dichiarazioni di Trump in cui si metteva in discussione l'assennatezza di un impegno militare in paesi lontani come l'Iraq o l'Afghanistan, anche Trump era un sostenitore di crimini di guerra come "far fuori le famiglie" dei sospettati per terrorismo. Trump affermò che gli USA in guerra dovevano smetterla di comportarsi in modo "politicamente corretto".
Insomma; alla fine gli ameriKKKani furono costretti a scegliere tra un irriducibile falco neoconservatore propenso al rovesciamento dei governi altrui -schierato dal partito democratico- e un interventista riluttante che comunque voleva rimettere i terroristi al loro posto ammazzandogli i figli. Anche se è stato il neoconservatore a ottenere il suffragio popolare, i collegi se li è presi il fautore dei crimini di guerra.
Dopo le elezioni venne fuori che quanto a uccisione di bambini il signor Trump era un uomo di parola. In una delle prime iniziative militari prese da presidente il 29 gennaio 2017 Trump ordinò l'attacco di un villaggio yemenita in cui persero la vita qualcosa come ventitré civili, tra i quali un neonato e Nawar al Awlaki, una ragazzina di otto anni.
Nawar era figlia del propagandista di Al Qaeda e cittadino ameriKKKano Anwar al Awlaki, che era stato ucciso dall'attacco di un drone statunitense nello Yemen a settembre del 2011.


L'aggressione come normalità

Il 2017, primo anno della presidenza Trump, si è rivelato il più micidiale per i civili in Iraq e in Siria da quando sono iniziati i raid statunitensi sui due paesi nel 2014. Stando al conteggio dell'organizzazione di controllo Airwars, gli USA hanno ucciso nel corso dell'anno fra i 3923 e i 6102 civili. "Le vittime non combattenti della Coalizione e degli attacchi di artiglieria sono cresciuti di oltre il duecento per cento rispetto al 2016," ha specificato Airwars.
L'impennarsi delle morti di civili ha guadagnato qualche titolo di giornale; anche uno sullo Washington Post. Per lo più le migliaia di innocenti uccisi daghli attacchi aerei statunitensi vengono derubricati a "perdite collaterali". Il macello in corso viene considerato ordinaria amministrazione, e per la classe dei mezzibusti si merita appena qualche commento.
Probabilmente è questo uno dei più duraturi strascichi dell'invasione dell'Iraq del 2003. L'invasione dell'Iraq fu un'aggressione militare basata su affermazioni false che ignorò qualsiasi invito alla prudenza e violò platealmente il diritto internazionale. A nessuno, nei media o nell'amministrazione Bush, è stato chiesto di rispondere del sostegno o dell'iniziativa di quella guerra; quello che abbiamo viston non è che la riduzione dell'aggressione militare ad evento normale, a un livello che venti anni fa sarebbe stato inimmaginabile.
A questo proposito ricordo bene i bombardamenti in Iraq che ebbero luogo nel 1998, nel quadro dell'operazione Desert Fox voluta da Bill Clinton. Nonostante fosse una campagna di limitato respiro e lunga soltanto quattro giorni, vi furono notevoli proteste. Mi unii a un presidio di circa duecento persone davanti alla Casa Bianca; c'era uno striscione scritto a mano che diceva "mettetelo in stato d'accusa per crimini di guerra", un riferimento al fatto che il Congresso all'epoca stava sì mettendo Clinton in stato d'accusa, ma per essersi fatto fare un pompino.
Si paragoni questa circostanza a quanto vediamo -o meglio, non vediamo- oggi. Nonostante gli USA siano coinvolti in almeno sette conflitti, l'attivismo pacifista è poco attivo e meno ancora lo è il dibattito a livello nazionale sull'opportunità, la legalità o la moralità del fare la guerra. Sono in pochi a obiettare per i significativi costi che tutto questo comporta per i contribuenti degli Stati Uniti; ogni giorno, per esempio, vengono spesi per queste guerre circa duecento milioni di dollari.
Quindici anni fa uno degli argomenti del movimento pacifista era che la guerra al terrore stava trasformandosi in una guerra senza limiti temporali e senza frontiere, senza regole e senza una vera e propria fine. In altre parole, gli USA correvano il pericolo di ritrovarsi in uno stato di guerra permanente.
E questa è chiaramente la condizione di oggi. Una realtà che persino il senatore bellicista Lindsey Graham lo ha ammesso un anno fa quando quattro soldati statunitensi sono rimasti uccisi in Niger. Graham ha detto che non sapeva che gli USA fossero militarmente presenti in Niger e, da presidente della commissione senatoriale sullo Stato, le operazioni all'estero e i programmi correlati, ha detto che "questa è una guerra senza fine, senza limiti, senza orizzonti temporali o geografici."
Non era chiaro se questa constatazione fosse dovuta a volontà di lamentarsi o di esprimere invece soddisfazione per questa guerra perenne e senza frontiere. Le sue parole dovrebbero essere considerate un avvertimento sulla situazione degli USA nel quindicesimo anniversario dell'invasione dell'Iraq. E la situazione è quella di una guerra senza fine, senza limiti, senza orizzonti temporali o geografici.

sabato 17 marzo 2018

16 marzo 2018: Barbara Balzerani al Centro Popolare Autogestito Firenze Sud


Una norma comportamentale seguita con piacere da chi scrive consiste nel fare l'esatto contrario di quanto prescritto dalle gazzette e dai ben vestiti della politica rappresentativa.
La cosa vale soprattutto quando la "libera informazione" occidentale addita a ludibrio questo o quel personaggio su imbeccata di questo o quel micropolitico.
Il 16 marzo 2018 le gazzettine di Firenze hanno scagnato indignate contro una certa Barbara Balzerani e contro la presentazione di un suo libro, sottolineando la coincidenza tra quella data e un episodio di guerriglia urbana di quarant'anni prima che, a detta di politicame e gazzettaio, dovrebbe essere ricordato con estrema contrizione.
Chi scrive aveva all'epoca pochi anni e ricorda soltanto (e con un certo fastidio) che il rapimento di Aldo Moro da parte di un'organizzazione armata scombussolò per qualche tempo i palinsesti televisivi, che iniziarono a grondare di noiose facce da trigesimo spedite ad azzerare la normale programmazione dei cartoni animati pomeridiani.
Buona parte dei testimoni dell'epoca ricorda anche slogan da corteo in cui si affermava chiaramente che a fronte delle morti sul lavoro e delle morti per eroina la sorte di un politico strapagato aveva, per dirla con una perifrasi eufemistica, un'importanza piuttosto relativa.
D'altronde cose del genere non si fanno, brutti cattivi: se esiste una cosa su cui la politica "occidentale" non transige è il fatto che gli unici politici che meritino certi trattamenti si trovano a Damasco e a Tehran.
Il Centro Popolare Autogestito di Firenze Sud ha raccolto la stessa sera un centinaio di persone; Balzerani ha scritto altri cinque libri, alcuni dei quali presentati nella stessa sede davanti a un pubblico altrettanto numeroso ma senza che le gazzette si scomodassero, e come nelle altre occasioni la discussione e il contenuto del testo in disamina non hanno presentato alcun autocompiacimento, alcuna commiserazione reducistica e men che meno chissà quali rivelazioni. Come da prassi fin qui seguita nel contesto di una "linea editoriale" improntata a un minimo di coerenza, per quanto in nostro potere il frignare dei giornalini e dei frequentatori di ristoranti che indicano loro cosa scribacchiare è servito solo a farci interessare all'iniziativa e al libro presentato. Ancora una volta una piccola somma è passata dalle nostre tasche a quelle dell'editore, dell'autore e del centro sociale che ha ospitato l'iniziativa.
I precedenti in cui ci siamo comportati in modo analogo sono diversi. In questa sede abbiamo trattato il Dossier Foibe di Giacomo Scotti, portato alla nostra attenzione dal ben vestito e ben nutrito Achille Totaro, Armi e bagagli di Enrico Fenzi, che suscitò l'indignazione dell'altrettanto ben vestito Valerio Vagnoli e del piagnucoloso "Gruppo di Firenze", e L'egemonia digitale di Renato Curcio, che infastidì un altro zero di nome Stefano Esposito.
Come nei casi suddetti è nostra intenzione dedicare a "L'ho sempre saputo" di Barbara Balzerani una lettura meditata, e darne conto ai nostri lettori appena possibile.
 

giovedì 15 marzo 2018

Alastair Crooke - L'orizzonte si rannuvola. Scoppierà la tempesta?



Traduzione da Sic semper Tyrannis, 3 marzo 2018.

Il forsennato odio verso il Presidente Putin che pervade i circoli della élite occidentale ha superato qualunque cosa abbiamo visto ai tempi della Guerra Fredda. I paesi occidentali hanno fomentato ostilità quasi ovunque: in Siria, in Ucraina, in Medio Oriente, in Eurasia, e questa marea di odio ha lambito il Consiglio di Sicurezza, polarizzandolo -e paralizzandolo- in modo irrimediabile. L'ostilità si è riversata su tutti gli alleati della Russia, contagiandoli. E' quasi inevitabile che essa porti a ulteriori sanzioni nei confronti della Russia e dei suoi alleati, secondo la formula (buona a tutti gli usi) del Contrastare tutti gli avversari dell'AmeriKKKa imponendo loro delle sanzioni. Ma il vero interrogativo è: questa isteria collettiva fa presagire una guerra?
Ed Curtis ci ricorda come la crescita dell'ostilità sia stata quasi esponenziale nelle ultime settimane:

E' successo mentre la montatura del Russia-gate andava in pezzi... In tutto lo spettro mediatico, dalle grandi testate come il New York Times, la CNN, la radio pubblica nazionale, lo Washington Post fino alle riviste The Atlantic e The Nation e fino alle altre pubblicazioni di sinistra come Mother Jones e Who What Why, il battage contro putin e contro la Russia ha assunto toni isterici ed è andato a unirsi all'ossessione Trump: 'La Russia considera le elezioni di metà mandato come un'occasione per seminare ulteriore discordia' (New York Times, 13 febbraio 2018). 'L'uomo forte della Russia [Putin] ha messo a segno uno dei più grandiosi atti di sabotaggio politico della storia contemporanea' (The Atlantic, gennaio/febbraio 2018). 'L'ultimo rinvio a giudizio di Mueller indica che Trump ha aiutato Putin a coprire un reato' (Mother Jones, 16 febbraio 2018). 'Un giro panoramico della Russia adatto ai realisti' (whowhatwhy.com, 7 febbraio 2018), eccetera.

Definendo l'interferenza dei russi nelle elezioni presidenziali statunitensi "un attacco alla democrazia in AmeriKKKa" e quindi "un atto di guerra", lo "stato ombra" negli USA afferma implicitamente che come l'attacco proditorio a Pearl Harbour portò ad una guerra di rappresaglia contro il Giappone, allo stesso modo il tentativo della Russia di sovvertire l'AmeriKKKa richiede una risposta dello stesso genere.
In tutto il Medio Oriente, ma soprattutto in Siria, c'è abbastanza combustibile per un'esplosione, dati i conflitti incipienti o già in corso fra la Turchia e i curdi, fra l'esercito turco e quello siriano, fra le forze turche e quelle statunitensi a Manbij, fra le forze siriane e quelle statunitensi, fra gli statunitensi e l'USAF da una parte e i soldati e le forze aerospaziali russe dall'altra, fra le forze statunitensi e quelle iraniane e, per ultimo ma non ultimo, fra stato sionista e Siria.
Un dannato mucchio di roba infiammabile. Chiaramente qualunque incidente in un contesto così volatile e compresso può ingigantirsi in maniera pericolosa. Ma il punto non è questo, Il punto è se il clima istericamente antirusso che domina implica che gli USA stiano considerando una guerra deliberata contro la Russia, o in sostegno di una ridefinizione del panorama mediorientale a favore dell'Arabia Saudita e dello stato sionista. Gli USA provocheranno la Russia deliberatamente, magari uccidendo dei soldati russi, per trovare il pretesto per un'azione militare perentoria contro una Russia colpevole di aver risposto a una provocazione ameriKKKana?
Ovviamente esiste anche la possibilità che si vada in guerra senza propriamente volerlo: sia lo stato sionista che l'Arabia Saudita stanno affrontando crisi di governo. Lo stato sionista potrebbe spingersi troppo oltre, e lo stesso potrebbe fare un'AmeriKKKa intenzionata a venirgli in soccorso. Da questo punto di vista il ritrarre perennemente il presidente degli USA come se fosse un burattino di Putin ha ovviamente lo scopo di convincere Trump a provare l'opposto (approvando questa o quella iniziativa diretta contro la Russia) anche andando contro i suoi istinti più fidati.
Alla Conferenza sulla Sicurezza a Monaco, il Primo Ministro Netanyahu ha detto:

Da tempo vado mettendo in guardia su questo sviluppo [il preteso piano dell'Iran di completare una mezzaluna sciita] e ho messo in chiaro sia con le parole che con i fatti che lo stato sionista ha stabilito dei limiti invalicabili che farà rispettare. Lo stato sionista continuerà a impedire all'Iran di insediare una presenza militare stabile in Siria... Passeremo all'azione senza esitare, per difenderci. Se necessario, non prenderemo l'iniziativa solo contro gli alleati dell'Iran che ci stanno attaccando, ma anche contro lo stesso Iran.
Nella stessa sede il Consigliere per la Sicurezza Nazionale statunitense H. R. McMaster ha denunciato sabato 24 febbraio l'intensificarsi degli sforzi iraniani in favore degli alleati mediorientali, dicendo che "è il momento" di agire contro Tehran.
Cosa voleva dire McMaster con questo "è il momento di agire"? Sta forse incoraggiando lo stato sionista ad attaccare Hezbollah o le formazioni che in Siria sono legate all'Iran? Quasi sicuramente una cosa del genere porterebbe lo stato sionista a una guerra su tre o quattro fronti. Esistono tuttavia buoni motivi per credere che il mondo militare sionista non intenda rischiare di trovarsi a combattere una guerra su tre fronti. Probabilmente McMaster stava pensando più che altro a un ibrido ad ampio spettro o a una guerra del tipo controinsurrezionale, ma non a una guerra convenzionale, soprattutto perché dopo l'abbattimento di un suo F16 lo stato sionista non puo più fare affidamento sul controllo dei cieli, senza il quale non può aspettarsi -o sperare- di avere la meglio.
Mentre i funzionari di altro grado nello stato sionista si lamentano del divario fra la retorica statunitense e i fatti il generale Josef Votel, comandante del Centcom, ha detto chiaramente il 28 febbraio in un'audizione al Congresso -e ha confermato al tempo stesso che i punti di vista sono diversi- che "contrastare l'Iran non è uno degli obiettivi della coalizione in Siria".
Torniamo adesso all'isterismo contro la Russia. Noi non siamo dell'opinione che la Siria possa rappresentare il teatro di una guerra deliberata, né per gli USA né per la Russia. Entrambi sono impediti in questo dalla realtà del paese. Le forze ameriKKKane in Siria non sono numerose, sono isolate e dipendono dagli alleati curdi, che in quella zona della Siria sono una minoranza, che sono divisi e che sono disprezzati dalla popolazione araba. Le forze russe ammontano a non più di trentasette aerei e a un piccolo gruppo di consiglieri; le linee di rifornimento russe sono lunghe e vulnerabili (nel Bosforo).
No; in Siria, l'obiettivo degli USA è limitato a impedire al Presidente Putin o ad Assad di conseguire qualunque successo sul piano politico. Un puro gioire per i problemi altrui. L'occupazione ameriKKKana del nord est del paese serve soprattutto a sbeffeggiare l'Iran, serve a portare avanti una guerra di guerriglia contro quello che è un nemico generazionale dell'AmeriKKKa.
Al tempo stesso, sul piano geostrategico generale l'AmeriKKKa ha cercato di disarmare le difese nucleari russe, ha cercato di passare in vantaggio ritirandosi dal trattato sulla limitazione dei missili balistici e ha deliberatamente circondato le frontiere russe con missili antimissile laddove il trattato sulla limitazione stabiliva che un solo sito sul territorio di ciascuno dei contraenti sarebbe stato protetto da attacchi missilistici. La strategia statunitense ha effettivamente lasciato scoperta la Russia, dal punto di vista nucleare; e lo scopo era proprio questo. "Con la realizzazione del sistema antimissile globale da parte degli USA il trattato START è diventato lettera morta e l'equilibrio strategico si è rotto," ha detto il 2 marzo il Presidente Putin nel suo discorso sullo stato della nazione.
INsomma, il "quartetto dei generali" -di fatto Petraeus fa parte del terzetto di generali della Casa Bianca- si è arrogato il controllo della politica estera ameriKKKana sottraendola alle prerogative del Presidente; la politica di difesa degli USA è cambiata, passando da quella tipica di una guerra fredda a qualcosa di molto più aggressivo e pericoloso: un precursore della guerra vera e propria.
Dalla Dichiarazione Strategica nella sua formulazione originale, in cui Russia e Cina figuravano come "avversari e rivali", si è passati alla Dichiarazione sull'Orientamento di Difesa in cui i due paesi sono diventati "potenze revisioniste": degli eversori che intendono sovvertire con la forza l'ordine mondiale (questa la definizione di potenza revisionista). Questa Dichiarazione ha anteposto la competizione tra grandi potenze al di sopra del terrorismo come minaccia principale per l'AmeriKKKa; questo significa che la minaccia "revisionista" all'ordine mondiale a guida statunitense deve essere affrontata. I generali ameriKKKani hanno lamentato il fatto che il loro dominio globale dei cieli e sulla terra fin qui indiscusso era soggetto all'erosione da parte di una Russia che si comportava come un'"incendiaria" [nei confronti della stabilità] mentre si presentava come un "pompiere" [in Siria]. Il Generale Votel ha fatto capire che il dominio dell'aria da parte degli USA deve essere ribadito.
Solo che, in uno sbalorditivo sovvertimento del bilancio strategico e dell'accerchiamento missilistico che l'AmeriKKKa sta cercando di imporre alla Russia, il Presidente Putin ha annunciato il 2 marzo che 

Coloro che nel corso degli ultimi quindici anni hanno alimentato la corsa agli armamenti, cercando di prevalere sulla Russia imponendole restrizioni e sanzioni illegali dal punto di vista del diritto internazionale per impedire lo sviluppo del nostro paese -in particolare nel settore della difesa- devono ascoltare queste parole: tutto quello che avete cercato di impedire con la vostra politica si è verificato. I tentativi di impastoiare la Russia sono falliti.
Il Presidente russo ha annunciato una serie di nuovi armamenti, comprese tra le altre cose nuovi missili nucleari invulnerabili a qualsiasi difesa missilistica, armi ipersoniche e droni sottomarini. Tutte cose che hanno fatto tornare la situazione allo status quo, quello della mutua distruzione assicurata nel caso la NATO attaccasse la Russia.
Il Presidente Putin ha detto che più volte aveva diffidato Washington dal dislocare missili antimissile attorno alla Russia: "Nessuno ci è stato a sentire. Sentite dunque adesso!", ha detto.

La nostra dottrina nucleare afferma che la Russia si riserva il diritto di usare armi nucleari solo in risposta a un attacco nucleare o con armi di distruzione di massa di altro genere verso di essa o verso i suoi alleati, o in risposta ad un attacco convenzionale che metta a repentaglio l'esistenza stessa dello stato.
Mio dovere è affermare quanto segue: qualunque ricorso ad armi nucleari contro la Russia o contro i suoi alleati, su piccola, media o su qualunque altra scala, sarà considerato un attacco nucleare contro il nostro paese. La risposta sarà immediata, e con tutte le relative conseguenze" [corsivo nostro, N.d.A.].
Il Presidente Putin ha specificato che non stava rivolgendo minacce all'AmeriKKKa e che la Russia non coltiva ambizioni di rivalsa. La Russia stava semplicemente utilizzando l'unico registro linguistico che Washington è in grado di capire.
Il discorso di Putin, accompagnato da filmati dei nuovi armamenti russi, almeno getta qualche luce su cosa sta succedendo a Washington: ultimamente l'AmeriKKKa si è data alle spese pazze. Il Pentagono deve aver avuto qualche sentore dei progressi russi, e di qui l'ingente incremento dei fondi destinati alla difesa messo in programma per quest'anno, il 9% in più previsto per il prossimo, e l'impegno ancora non quantificato a sovvenzionare una nuova flotta di sommergibili nucleari, un sostituto per il sistema missilistico Minutemen e lo sviluppo di nuovi armamenti nucleari tattici. Tutti costi non quantificati.
Le spese, per il governo ameriKKKano, saranno mostruose E la Russia è già in vantaggio, ed è in vantaggio con un debito pubblico che ammonta al solo 12,6% del PIL mentre il debito pubblico statunitense, prima di intraprendere la campagna di miglioramento degli armamenti, è già pari al 105%. Si attribuisce al Presidente Reagan l'aver affossato economicamente l'URSS costringendola ad una corsa agli armamenti, ma oggi sono gli USA ad essere vulnerabili a fronte di questo enorme debito nel caso dovessero cercare di rintuzzare la "sorpresa primaverile" di Putin e ristabilire, sempre che sia possibile, la propria supremazia nel campo degli armamenti convenzionali e di quelli atomici.
L'AmeriKKKa ha dunque una scelta: o ristabilire i rapporti con la Russia, ovvero cercare la distensione, o correre il rischio che le necessità di indebitamento degli USA minino la credibilità del dollaro. Per cultura, gli USA tendono ad agire militarmente "laddove, quando e come" decidono di farlo. Sempre per cultura, probabilmente non riuscirà a rinunciare a questa inveterata abitudine. Sembra dunque che la crescita del debito per coprire i costi e l'indebolimento del dollaro siano una cosa inevitabile; se è così, siamo davanti a una definizione dei ruoli che inscena l'opposto di quanto accaduto all'epoca di Reagan. Allora fu la Russia a esporsi troppo per cercare di raggiungere gli USA; oggi, la situazione può essere opposta.
L'isterismo antirusso andrà avanti: è talmente radicato che è un dogma. Sembra tuttavia probabile che l'AmeriKKKa avrà bisogno di riflettere prima di provocare ulteriormente i russi in Siria. Se l'AmeriKKKa non intende "far sanguinare il naso" alla Russia con una escalation in Siria, le postazioni militari isolate e vulnerabili che essa mantiene nell'est del paese perderanno molta della loro importanza o cominceranno a subire perdite. O entrambe le cose.
Adesso la questione è il come l'esercizio retorico russo, questo parlare fuori dai denti, influenzerà l'atteggiamento statunitense verso la Corea del Nord. Ai generali statunitensi il messaggio di Putin non piacerà, ma probabilmente non è che possano farci gran che. Solo che la Corea del Nord è un'altra cosa. La Gran Bretagna, al massimo della propria debolezza all'indomani della seconda guerra mondiale, volle far sapere al mondo che era ancora forte nonostante i segni delle sue difficoltà fossero evidenti a tutti. Cercò di dimostrare di essere sempre una potenza con la disastrosa campagna di Suez. Speriamo che la Corea del Nord non diventi la Suez degli Stati Uniti.

sabato 10 marzo 2018

Firenze: un piatto di minestra per Roberto Pirrone



Roberto Pirrone, signor nessuno di sessantacinque anni.
Casa popolare, vecchie automobili, cursus curarum di famiglia e debiti e litigi costruito senz'altro in piena consapevolezza e identico a quello di milioni e miloni di signori nessuno nelle stesse condizioni, autoschedatura sul Libro dei Ceffi sconclusionata e inutile, anche quella come milioni e milioni di signori nessuno nelle stesse condizioni.
Il 4 marzo 2018 nello stato che occupa la penisola italiana si è tenuta una consultazione elettorale; nei mesi precedenti la propaganda ha impazzato sui soliti registri, e per fortuna delle pessime parti in campo non sono mancati i casi di cronaca efferata cui la feccia "occidentalista" deve per intero la propria fortuna politica[*]. Chi non possiede apparecchi televisivi da anni ed è rimasto relativamente immune all'epidemia di putredine "occidentalista" da essi diffusa non ha potuto che constatare esterrefatto fino a che punto sia arrivata l'abiezione dei sudditi. Se ne è però avuto sentore in conversazioni quotidiane in cui si è lasciato sempre troppo dire, sempre troppo supporre, sempre troppo arguire per un mal inteso amor di pace che sarebbe il caso di mettere rudemente da parte prima che arrivi, anche alle persone più serie, una chiamata in correità per la definitiva putrefazione di ogni rimasuglio di tessuto sociale.
Scribacchiano le gazzette che Roberto Pirrone, da bravo suddito "occidentale", stava appunto affogando nei debiti e che la cosa gli era costata spesso lievi screzi con la moglie. Una disperesasperazione da brambilla rintuzzata dalla frequentazione del poligono di tiro e da pratiche all'apparenza innocue, come l'ostensione nella tromba delle scale di puntigliosi dazebao da autonominato amministratore condominiale.
Poi succede quello che doveva succedere e nell'avallo collettivo del clima imperante Roberto Pirrone trova modo di dare un senso alla propria vita.
Esce di casa e spara a una persona a caso, accampando giustificazioni che hanno lasciato allibita persino la gendarmeria.
Il fortunato prescelto si chiamava Idy Diene, cittadino della Repubblica del Senegal.
Presso i sudditi dello stato che occupa la penisola italiana la cosa è apparsa normale: le nulle intemperanze del corteo spontaneo formato immediatamente dopo da parte di persone sistematicamente trattate come bersagli facili hanno ovviamente destato maggiore indignazione.
Fin qui la cagnara delle gazzette.
Le gazzette postulano la perenne inefficienza del sistema repressivo.
Nella vita, Pirrone Roberto è finito istantaneamente nelle mani della gendarmeria e scaraventato in galera associato alla locale casa circondariale.
Le gazzette postulano la bella vita dei prigionieri, alloggiati e nutriti gratis, al punto che entrare nel bel numero pare allettante a chissà quanti pirrone: "finirò i miei giorni lì. mi daranno una miniestra".
Nella vita, le carceri dello stato che occupa la penisola italiana offrono una sbobba di casanza su cui gli interessati hanno persino smesso di inveire.
Spenti i fari del gazzettaio, il signor Pirrone avrà modo di apprezzare una quotidianità indescrivibile e tutt'altro che regalata.
Abbiamo scritto molte volte che lo stato che occupa la penisola italiana costituisce l'unica realtà al mondo in cui l'ignoranza costituisca motivo di vanto e di giustificazione. Nulla di strano che i sudditi ignorino anche i rudimenti di una legislazione che le gazzette mostrano loro come infinitamente permissiva.
Esistono ovviamente testi accessibili a tutti, e che i sudditi ignorano nonostante lo stato sperperi miliardi ogni anno per assicurare la loro alfabetizzazione. Basta un computer qualsiasi, distolto per pochi attimi dalla visione di video pornografici, per rendersi conto che l'ospitalità forzata nelle innumerevoli carceri della penisola è tutt'altro che gratuita: "Il condannato è obbligato a rimborsare all'erario dello Stato le spese per il suo mantenimento negli stabilimenti di pena, e risponde di tale obbligazione con tutti i suoi beni mobili e immobili, presenti e futuri, a norma delle leggi civili."
Bontà sua, il legislatore ha escluso da questa responsabilità gli eredi del condannato.
La traduzione operazionale di quanto sopra è affidata all'ordinamento penitenziario e a circolari ministeriali. Una di queste, la 3662/6112 del 2015, fissa che i pirroni debbano sborsare, ovvero pagare di tasca propria, i tre quinti dei costi di casanza. Poco meno di centonove euro al mese.
I pirroni finiscono solitamente per scoprire, con esterrefatta calma, che non è quella l'unica voce a pendere sul loro insulso capo.
Ogni sentenza penale addebita a un condannato le spese processuali, che vanno ad aggiungersi a quelle per la difesa.
Poi ci sono i risarcimenti in sede civile, che arrivano dopo qualche annetto di calma a finire di stroncare schiene e velleità.
Lo stato che occupa la penisola italiana perseguita legalissimamente per anni chi non paga una multa per divieto di sosta; figuriamoci in casi come questo.
Solo che sulle gazzette non c'è scritto.
Unicuique suum.
Un po' salata, come minestra.



[*] Nel 2008 un certo Gianni Alemanno finì ad amministrare Roma (con i costruttivi risultati a tutti noti). Il cicaleccio gazzettiero che gli tirò la volata rischiò di compromettere i rapporti tra il "paese" dove mangiano spaghetti e la Repubblica di Romania, i cui cittadini vennero per mesi criminalizzati in massa.

sabato 24 febbraio 2018

Prato: il diplomato Giovanni Donzelli vuole l'abolizione del reato di tortura. Ce ne ricorderemo alle elezioni!


La competenza di Giovanni Donzelli gli permette di affrontare con sicurezza qualsiasi tema. 
Dal diritto penale ai microchip per cani.


In questa sede il diplomato Giovanni Donzelli è stato più volte dileggiato nel corso degli anni. Un dileggio fondato su basi di buona concretezza -dalla plurilustre frequentazione dell'Universtà di Firenze che non lo ha portato a conseguire alcun titolo accademico fino all'autocertificazione di nullafacenza con tanto di autografo- cui il diplomato ha prestato il fianco con una affannosa ricerca di visibilità mediatica che lo ha portato anche a disconferme fisicamente dolorose.
Nel marzo 2018 nello stato che occupa la penisola italiana è prevista una consultazione elettorale di tipo politico; la "campagna elettorale" è una cosa in corso permanente ed è infarcita esclusivamente di idiozie, piccole cattiverie, schifezze, colpi bassi, ciance, invettive, menzogne pure e semplici e cronaca efferata. In questo nulla di male e nulla di strano, i sudditi del "paese" dove si mangiano spaghetti, si indossano canottiere e si consulta pornografia minorile coltivano con impegno una coscienza politica probabilmente inferiore a quella degli scarafaggi; la classe politica che ne è fedelissimo riflesso e i mass media ai suoi ordini non fanno che assecondarne l'atteggiamento e ci sarebbe senz'altro da sorprendersi se il clima sociale fosse differente.
La mole di sconcezze vomitata ogni giorno dalla "libera informazione" in ogni campo, in ogni sede, su ogni argomento, per qualsiasi circostanza e in ogni occasione ha assunto dimensioni tali che in questa sede abbiamo semplicemente smesso di occuparcene, e non certo da oggi.
Facciamo una minuscola eccezione ad uso delle persone serie, considerando il piccolo "occidentalista" citato in oggetto come un esempio neppure tra i peggiori dell'ambiente della "politica di rappresentanza".
Giovanni Donzelli è noto ai nostri lettori come "Occidentalista" costoso e maldestro. Negli ultimi anni il centro del suo "attivismo" si è spostato da Firenze a Prato, città senz'altro più confacente a un certo modo di intendere la vita e l'"impegno" in politica, e dove soprattutto certe alzate d'ingegno comportano costi potenziali senz'altro minori.
Il "partito" cui Giovanni Donzelli deve fedeltà e retribuzione è capeggiato da una ragazza madre che una destra degna di questo nome destinerebbe alla quiete domestica e alla meditazione sulle proprie colpe. Il sovvertimento di ogni principio che è l'essenza stessa dell'"occidentalismo" consente invece a simili individui di autoattribuirsi meriti e prestigio, e in questo senso il miscuglio di malafede e di incompetenza che il diplomato Donzelli profonde in ogni proprio atto pubblico hanno pieno diritto di cittadinanza.
A Prato, nel corso della campagna elettorale permanente, il diplomato Giovanni Donzelli è andato a curiosare anche dalle parti della "casa circondariale", il legalissimo e disinfettato nome che il linguaggio giuridico riserva oggi alla galera. L'"occidentalismo" politico sguazza perfettamente a proprio agio nella marginalità peggiore e nelle esistenze più squallide e schifose, di cui è al tempo stesso causa e riflesso in un meccanismo che tende almeno in parte ad autoalimentarsi. In un ambiente tanto produttivo il ben vestito Donzelli ha assicurato che  "Oltre a dare dotazioni adeguate e condizioni di sicurezza migliori abolirà immediatamente il reato di tortura che costringe gli agenti a non potersi difendere di fronte ad aggressioni, e per di più a pagarsi gli avvocati in caso di accuse da parte dei detenuti". Tanto più che il "governo", a detta dello stesso ben vestito, " ha recentemente più che raddoppiato gli stipendi per i detenuti che lavorano per l'amministrazione penitenziaria". Una rapida indagine consente di appurare che veramente nel 2015 il "governo" ha raddoppiato le spese di mantenimento che i prigionieri sono tenuti a rifondere. I prigionieri pagano per stare in carcere 108 euro al mese, come stabilito dalla circolare 3662/6112 e come da decenni fissato dall'articolo 188 di quel "codice penale" con cui Giovanni Donzelli non ha ovviamente alcuna familiarità. Sul raddoppio delle diarie, invece, non abbiamo trovato alcuna conferma in fonti o commentari giuridici. L'unica fonte che afferma qualcosa di simile è un piagnucoloso articolo pubblicato nel 2017 da "Libero", dove si ribadisce il fortunato assunto delle "carceri hotel a cinque stelle" e che è rintracciabile da chiunque sia interessato con un qualunque motore di ricerca. Precisazione per le persone serie: a differnza di "Libero", il cui rapporto con la realtà è ordinariamente nullo, "Il Vernacoliere" di essere una pubblicazione satirica lo porta scritto a chiare lettere sotto la testata.
La nulla familiarità del diplomato Donzelli con la legislazione vigente nello stato da cui percepisce retribuzione ha ovviamente tutte le conseguenze del caso.
Una lettura anche superficiale dell'articolo 613bis del Codice Penale e alla definizione di "tortura" ivi sottintesa permette anche a un neofita del linguaggio giuridico di intuire non pregiudicate le ordinarie misure di cui si avvale l'apparato repressivo.
Il sistema penitenziario dello stato che occupa la penisola italiana suscita negli ambienti seri reazioni concordemente improntate al più esplicito disprezzo, e sarebbe facile sottolinearlo attingendo a fonti che si riconoscono nell'attivismo politico.
Più stimolante invece attenersi a fonti difficilmente tacciabili di corrività filocomunista, come quelle appartenenti alla Confederazione Elvetica.
A nord di Como inizia un territorio che guarda alla penisola italiana con la degnazione e il neanche troppo velato disprezzo che essa fa di tutto per meritarsi, specie quando affida incarichi pubblici o addirittura responsabilità vitali a "occidentalisti" tanto competenti. TicinoNews -che con la realtà deve avere un rapporto molto meno conflittuale delle fonti di cui si avvalgono gli "occidentalisti" c'a'pummarola 'n coppa- indica che la Confederazione non è affatto propensa a lasciar correre su certi comportamenti della gendarmeria cui i donzelli darebbero invece campo libero. Un commentario giuridico pubblicato su diritto.it e firmato dal ticinese Andrea Baiguera Altieri si esprime poi ovviamente in tutt'altro modo sulla condizione dei prigionieri nello stato che occupa la penisola italiana:
In Italia, il Testo dell’ Art. 6 OP viene clamorosamente e scandalosamente violato in tutti i suoi 5 commi a causa della pessima edilizia penitenziaria italica. P.e., il comma 4 Art. 6 OP, relativo alla cella singola durante la custodia cautelare, risulta comico ( rectius : tragico ). Soltanto la Bulgaria, in Europa, possiede, allo stato attuale, locali penitenziari peggiori di quelli italiani. Il comma 1 Art. 6 OP è un insulto alla verità dei fatti, allorquando statuisce che le celle debbono essere ben illuminate, areate, riscaldate e dotate di WC idonei e puliti. La politicizzazione del Diritto Penitenziario italiano impedisce tutt’ oggi di raggiungere, a prescindere dal Testo formale dell’ OP, un pur minimo grado di umanità delle condizioni di vita intra-murarie. L’Italia, dopo la Riforma Margara del 1975, possiede eccellenti potenzialità, mortificate dalle ideologie di Partito.[*]
Ideologie di "partito" che la ciancia politica peninsulare statuisce morte solo quando affrontano il tema della giustizia sociale e della verità, e che per tutto quanto il resto godono invece ottima salute. Al pari del diplomato Donzelli, alla cui perfetta rappresentatività è giusto augurare ogni fortuna.



[*] Lo stato che occupa la penisola italiana è citato nell'originale. Ce ne scusiamo come di consueto con i nostri lettori, spcie con quanti avessero appena finito di pranzare.