domenica 14 gennaio 2018

I'ddegrado e l'insihurézza regnano sovrani! Ce ne ricorderemo alle elezioni!!


A marzo 2018 nello stato che occupa la penisola italiana è prevista una consultazione elettorale politica. Il fronte "occidentalista" è sempre lo stesso, decisissimo a delegare la difesa dei "valori occidentali" e delle "radici cristiane" del continente europeo a un terzetto di campioni costituito da un vecchio straricco polipregiudicato, da una ragazza madre e da un sovrappeso che non è riuscito a laurearsi neppure in dodici anni.
Assolutamente incapace di influire costruttivamente su eventi anche minimi, l'"occidentalismo" può solo affidarsi a una propaganda cui non servono neppure nuovi argomenti; inutile annoiare chi legge con confutazioni puntuali di costrutti nati in qualche redazione o in qualche agenzia pubblicitaria e ripetuti con entusiasmo da decine di migliaia di sudditi.


Tenendo senz'altro conto di questo stato di cose e ben conoscendo la coscienza politica da scarafaggi che caratterizza l'elettorato attivo, qualcuno si è divertito a riportare su un calendario la sequenza dei piagnistei "occidentalisti" che più ricorrono da qualche anno.
Il risultato viene riproposto qui perché potrebbe essere utile a qualcuno dei nostri lettori nell'eventualità, peraltro improbabile, che abbia tempo da perdere conversando con i sudditi del "paese" dove mangiano spaghetti.

venerdì 5 gennaio 2018

Firenze: i'ddegrado e l'insihurézza regnano sovrani in via Baracca! Ce ne ricorderemo alle elezioni!!


A marzo 2018 nello stato che occupa la penisola italiana è prevista una consultazione elettorale politica. Il fronte "occidentalista" è sempre lo stesso, decisissimo a delegare la difesa dei "valori occidentali" e delle "radici cristiane" del continente europeo a un terzetto di campioni costituito da un vecchio straricco polipregiudicato, da una ragazza madre e da un sovrappeso che non è riuscito a laurearsi neppure in dodici anni.
Assolutamente incapace di influire costruttivamente su eventi anche minimi, l'"occidentalismo" può solo affidarsi a una propaganda cui non servono neppure nuovi argomenti; inutile annoiare chi legge con confutazioni puntuali di costrutti nati in qualche redazione o in qualche agenzia pubblicitaria e ripetuti con entusiasmo da decine di migliaia di sudditi.
Meglio restare sul terreno più temuto dagli "occidentalisti" -ed ipso facto preferito dalle persone serie- che è quello della realtà, e portare testimonianze dirette dalla Firenze che non conta.
Come quella che segue.

Una mattina piovosa di gennaio all'inizio di via Francesco Baracca.
La zona è da sempre popolare, al massimo piccolo borghese; case a due piani vecchie di almeno un secolo, condomini in cui banche e padroni stanno curando con attenzione il turnover degli inquilini, e anche qualche angolo riposto dove prosperano tranquilli il verde e i gatti perché nessuno ha ancora pensato di disboscare e avvelenare per la tranquillità remunerativa di qualche beddenbrèffast.
Passa un tale sulla settantina in tuta da ginnastica.
"Eh, tutti cinesi, qui! E che lavori con questi indirizzi, non si trovano mai, e come gli chiedi qualche cosa è tutto un non capire, non capire...! No, i ragazzini no; parlano fiorentino perfetto! Ah, ai cinesi ci vivo in mezzo letteralmente; a casa mia, ne ho uno a destra e uno a sinistra! E per Natale mi fanno sempre la cassetta, tutti e due, col vino e i dolci.
E io la faccio a loro.

sabato 30 dicembre 2017

Elijah J. Magnier - In Siria la Russia impone allo stato sionista e agli USA nuove regole di ingaggio



Traduzione da Elijah J M, 30 dicembre 2017.

La Russia impone sia allo stato sionista che agli USA nuove regole di ingaggio in Siria. Un segno di come essa tuteli i propri interessi nazionali nel Levante e anche al di fuori del teatro mediorientale, specie in Ucraina, alle cui autorità gli USA hanno deciso di fornire armamenti letali intanto che cercano di convincere Kiev a entrare nella NATO: una mossa che Mosca considera ostile.
La reazione di Mosca è stata definita con chiarezza dal capo di stato maggiore russo Valery Gerasimov, che ha detto che "I consiglieri, gli istruttori, i funzionari dei servizi, il personale di artiglieria e tutte le varie unità militari russe sono state integrate in ogni corpo combattente siriano, in tutte le brigate, in tutte le unità, e persino nei singoli battaglioni." Gerasimov ha sottolineato che "tutti i piani militari e di combattimento vengono decisi di concerto con l'esercito siriano. Siamo presenti sul terreno e lavoriamo insieme per definire obiettivi strategici comuni e un piano comune." Insomma, l'attore politico-militare russo sa come far arrivare certi messaggi in tutto il fronte sud della Siria ogni volta che gli USA in altre parti del mondo si muovono in maniera contraria agli interessi di Mosca.
Per bocca del proprio capo di stato maggiore, la Russia ammette il fatto che le operazioni militari siriane non sono frutto di decisioni prese unilateralmente dalla Siria circa le proprie forze sul campo e quelle alleate come l'Iran, Hezbollah, l'Iraq e altri, ma derivano anche dalla valutazione e dalla pianificazione russa. La liberazione di Beit Jinn, ultima piazzaforte degli insorti nel Ghouta occidentale ai piedi del limite meridionale dello Jabal al Sheikh (il monte Hermon) e a ridosso delle posizioni dello stato sionista è stata una decisione anche russa.
La liberazione di Beit Jinn da al Qaeda e dai suoi alleati siriani sostenuti, equipaggiati e finanziati dallo stato sionista fin dal 2015 ha aiutato l'esercito siriano a mandare in pezzi la "zona cuscinetto" immaginata dallo stato sionista, che era intenzionato a impedire che Hezbollah e l'Iran raggiungessero l'area per evitare di entrarvi direttamente in contatto. Dopo la decisione del presidente statunitense Donald Trump di fornire all'Ucraina missili anticarro a guida laser, che implica un atteggiamento più aggressivo nei confronti della Russia, Mosca ha deciso di muovere anche sul fronte siriano, ampliando il divario che la separa dagli USA.
L'esercito siriano, insieme alle forze speciali Ridwan di Hezbollah, ha sferrato un attacco terrestre contro Beit Jinn ed è riuscito a riconquistare le colline circostanti e la stessa città dopo che al Qaeda, che contava su circa trecento combattenti, ha rassegnato la resa e ha evacuato la zona. Questo, prima dell'assalto finale alla città settentrionale di Idlib e ad altre località della stessa regione, e alla città meridionale di Daraa. Il coordinamento tra forze russe, iraniane, siriane e di Hezbollah sulla linea di frontiera fra Siria e stato sionista punta ad impedire qualsiasi intervento militare da parte dello stato sionista in difesa delle formazioni da esso protette, al Qaeda e i suoi alleati sul fronte sud di Ittihad Qu'wat Jabal al Sheikh. Allo stato sionista la Russia sta imponendo regole di ingaggio nuove: qualunque attacco da parte sua può mettere in pericolo il personale russo impegnato fianco a fianco con l'esercito siriano, come rivelato dal capo di stato maggiore Valery Gerasimov. Lo stato sionista non potrà ignorare l'aut aut russo: se colpisce gli attaccanti, rischia di mettere Tel Aviv in conflitto con la superpotenza russa, e di attirarla nelle ostilità fra Hezbollah e l'Iran da una parte e lo stato sionista dall'altra.
L'attacco condotto da russi, iraniani e siriani si è verificato proprio mentre lo stato sionista stava fornendo artiglieria e sostegno di intelligence ad al Qaeda e ai suoi alleati a Beit Jinn. Riconquistando la zona e le alture circostanti la Russia ha assestato il primo manrovescio allo stato sionista, principale alleato degli USA in Medio Oriente. Lo stato sionista teme da tempo la presenza dell'Iran e di Hezbollah alle frontiere, e ha fatto di tutto per impedire all'esercito siriano di arrivare alle fattorie di Shebaa da esso occupate. Cosa che si è verificata adesso, con la liberazione di Beit Jinn. Continuano comunque a esistere zone sotto indiretta influenza dello stato sionista nel sud della Siria ancora occupato da al Qaeda e dai suoi alleati, come Quneitra e i paesi circostanti (Tarangah, Jab’bat al Khashab, Ain al Baydah).
Il presidente degli USA ha di nuovo puntato la bussola dell'Asse della Resistenza in direzione di Gerusalemme, dopo anni di trascuratezza nel corso dei quali la causa ha subìto danni ad opera delle organizzazioni takfire dello Stato Islamico e di al Qaeda, che hanno colpito musulmani e non musulmani in Siria, in Iraq, in Libano e in altre parti del mondo islamico. Quando Trump ha "riconosciuto" Gerusalemme come capitale dello stato sionista, ha fatto crescere la coesione e la determinazione dei gruppi di vario orientamento organizzati dai Guardiani della Rivoluzione Iraniana in Siria, organizzazione composta da siriani, a ridosso della frontiera con lo stato sionista e in tutti i territori occupati della Siria e della Palestina.
La guerra in Siria ha fallito nel rovesciare il governo siriano e ha fatto nascere gruppi che hanno tratto vantaggio dall'addestramento e dall'ideologia provenienti dall'Iran, oltre che dalla straordinaria esperienza di combattimento che lo Hezbollah libanese ha accumulato dal 1982 ad oggi. Questi gruppi, per citarne soltanto alcuni, sono  Hezbollah Siria, le forze al Redha, la Brigata al Mukhtar al Thaqafi, la Brigata Imam al Baqir, Qamar Bani Hashem (Al-Abbas bin Ali), la Forza di Resistenza Islamica 313, la Brigata Zeyn El Abidine, Saraya al Waad, la Brigata Raad al Mahdi, la Brigata al Hussein, al Ghalabun, e altri gruppi simili, presenti in tutto il paese.
Per l'Iran, il più importante risultato della vittoriosa campagna militare in Siria è rappresentato dalla nuova dottrina militare siriana. Da esercito regolare classico, quello siriano è diventato una forza a fondamento ideologico, destinata a proteggere il paese dal ritorno dei takfiri nel Levante e a costituire un baluardo contro lo stato sionista. Le forze armate siriane combatteranno anche per riconquistare tutti i territori occupati dalla Turchia e dagli USA nel nord del paese, nel caso turchi e statunitensi decidessero di restare nonostante Damasco abbia ingiunto loro di abbandonare il campo.
In Siria la musica è cambiata. Le regole del gioco continueranno a svilupparsi per venire incontro a interessi mutevoli, ai cambiamenti sul piano interno e su quello regionale e ai vari sviluppi. Per qualcuno questi sei lunghi anni di guerra hanno fatto nascere una nuova resistenza, pronta a combattere per i propri obiettivi e per quelli della Siria, dell'Iran e della Russia.

venerdì 8 dicembre 2017

Casaggì Firenze: «Salva Firenze, respingi l’immigrazione, combatti lo spaccio, compra fiorentino».


Ecco la colazione di oggi, scelta con una certa cura.

Tè dalla Repubblica Islamica dell'Iran.
Datteri dalla Repubblica Tunisina.
Kefiah per lo sfondo dalla Repubblica Araba di Siria.


venerdì 1 dicembre 2017

Alastair Crooke - Va in fumo il piano di Trump per l'Arabia Saudita



Traduzione da Consortium News, 17 novembre 2017.

Aaron Miller e Richard Sokolsky, in un articolo su Foreign Policy, insinuano che "l'aver corteggiato e irretito il Presidente Donald Trump e suo genero Jared Kushner può a buon diritto essere considerato il più notevole successo di Mohammed bin Salman in politica estera." Insomma, è possibile che questo "successo" si riveli anche l'unico.
"Non c'è voluto gran che per convincerli," scrivono Miller e Sokolski; "soprattutto, la nuova brigata è il riflesso di un opportuno coincidere di imperativi strategici."
Trump, come al solito, non voleva altro che distinguersi dal Presidente Obama e da tutto il suo operato; i sauditi erano al tempo stesso decisi a sfruttare la viscerale antipatia di Trump per l'Iran, per rovesciare la serqua di sconfitte recentemente sofferte dal regno.
La posta in gioco che Mohammed bin Salman è sembrato promettere, vale a dire il prendere tre piccioni con una fava (colpire l'Iran, "normalizzare" lo stato sionista nel mondo arabo e un accordo con i palestinesi) è parsa così allettante che il Presidente degli Stati Uniti ha trattato la cosa nei dettagli solo con i canali di famiglia. Insomma, Trump stava facendo uno sgarbo deliberato all'establishment della politica estera e della difesa lasciando i tramiti ufficiali all'oscuro e in preda al dubbio. Trump ha puntato forte su Mohammed bin Salman, e lo stesso ha fatto Jared Kushner in qualità di suo intermediario. Tuttavia, il grandioso piano di Mohammed bin Salman è fallito al primo ostacolo: il tentativo di levare una provocazione contro Hezbollah in Libano, provocazione che avrebbe suscitato una risposta smodata fornendo così allo stato sionista e all'"alleanza sunnita" il sospirato pretesto per passare a vie di fatto contro Hezbollah e contro l'Iran.
Questa prima fase è diventata una telenovela, con lo strampalato rapimento del Primo Ministro libanese Saad Hariri ad opera di Mohammed bin Salman che è servito solo a unire i libanesi invece che a dividerli in fazioni ostili tra loro come si sperava di fare.
Ora, la disfatta in Libano ha una portata che va al di là di quella di una telenovela mal diretta. Il fatto davvero importante che il pasticcio combinato da bin Salman ha fatto emeregere è che non soltanto nessuno si è minimamente scomposto, ma che meno che mai hanno intenzione di agitarsi i sionisti. Stando alle parole del navigato corrispondente sionista Ben Caspit, non intendono assumere il ruolo "del randello agitato dai leader sunniti contro gli sciiti loro nemici mortali... Insomma, nessuno nello stato sionista, e meno che mai il Primo Ministro Benjamin Netanyahu, ha fretta di infiammare il fronte settentrionale. Farlo significherebbe essere risucchiati in una situazione infernale." [Corsivo dell'A.]


La sconfitta in Siria

Tanto per essere chiari, la cosiddetta "alleanza sunnita" formata essenzialmente da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, con un Egitto che sta già tirandosi indietro, ha appena rimediato una secca sconfitta in Siria. Non ha la capacità di arginare l'Iran, Hezbollah o le Forze di Mobilitazione Popolare irachene -una milizia sciita- in alcun modo che non sia l'agitare il randello rappresentato dallo stato sionista. Lo stato sionista può anche condividere gli interessi strategici dell'alleanza sunnita, ma come sottolinea Caspit, "i sauditi hanno interesse a far sì che lo stato sionista faccia il lavoro sporco al loro posto. Ma è chiaro che non tutti nello stato sionista fanno salti di gioia a questa prospettiva."
Caspit definisce la prospettiva di uno scontro fra l'alleanza sunnita e lo schieramento capeggiato dall'Iran "una vera guerra di Armageddon." Parole che indicano implicitamente le riserve nutrite dallo stato sionista.
Questo rifiuto di agitarsi, come il cane che non abbaiò di notte nel famoso racconto di Sherlock Holmes scritto da Conan Doyle, inficia in qualche modo tutto il piano generale di Kushner: se lo stato sionista se ne chiama fuori, il discorso è chiuso. Lo stato sionista era il randello anche nel piano di Trump. Niente randello, niente azione di arginamento dell'Iran da parte dell'alleanza sunnita, niente progressi sulla normalizzazione dei rapporti fra sauditi e stato sionista, niente inziativa di sionisti e palestinesi. La maldestraggine di Mohammed bin Salman ("sconsideratezza", l'ha definita un funzionario statunitense) ha mandato a pallino la politica statunitense in Medio Oriente.
Perché Trump ha scommesso tanto sull'inesperto Kushner e sull'impulsivo bin Salman? Ovviamente, se un simile piano avesse funzionato si sarebbe rivelato un ottimo colpo in politica estera alla faccia dei professionisti della materia e dei quadri della difesa che ne sono stati esclusi. Nel caso, Trump si sarebbe sentito più libero di mettersi al di sopra delle pastoie degli apparati: i suoi "ispiratori" gli avrebbero permesso di alzare il livello della sua indipendenza e della sua libertà. Sarebbe giunto al risultato tramite i propri canali familiari invece che tramite i consiglieri ufficiali.
Se invece la cosa assume toni farseschi e Mohammed bin Salman comincia a essere considerato negli ambienti statunitensi più un cane sciolto che un Machiavelli, gli apparati che Trump ha calpestato si vendicheranno: le opinioni del presidente verranno considerate poca cosa e avranno ancor più bisogno di giustificazioni e di "ispirazione."
Mohammed bin Salman (e Kushner) possono aver colpito il Presidente Trump in modo anche più grave: aver scommesso sull'inesperto bin Salman e avere perso può ripercuotersi anche in altri campi: come conseguenza, gli alleati degli USA potrebbero mettere apertamente in discussione la correttezza delle opinioni di Trump in merito alla Corea del Nord. Insomma, sarà la credibilità del Presidente degli Stati Uniti a pagare lo scotto dell'infatuazione per bin Salman.


Pii desideri

Il meno che si possa dire è che nell'atteggiamento occidentale nei confronti dell'Arabia Saudita ci sono molti aspetti curiosi, per non dire adulatori; Trump non è l'unico che pende dalle labbra dei sauditi. La stessa idea di un'Arabia Saudita che diventa una potenza regionale assertiva e "moderna" in grado di rimettere l'Iran al suo posto è di per sé poco realistica, eppure è presa per buona da molti commentatori statunitensi. Certo, il regno non ha grandi alternative al trasformarsi dal momento che le rendite petrolifere si avvicinano alla fine, cosa che in teoria potrebbe senz'altro indirizzare il paese verso un nuovo corso.
Solo che indicare con precisione in che modo il regno possa reinventarsi senza andare in pezzi è probabilmente molto più complicato che non invocare un qualche superficiale accoglimento di una "modernità occidentale" o di combattere "la corruzione". Questi sono specchietti per le allodole; la famiglia regnante è essa stessa lo stato, e lo stato -ricchezze petrolifere comprese- appartiene alla famiglia regnante. Gli appartenenti alla famiglia regnante godono di privilegi e di prerogative per nascita a seconda della vicinanza o della lontananza dal trono. Queste prerogative vengono accordate o riconosciute soltanto nella misura in cui servono al monarca per puntellare il proprio assolutismo. In questo sistema merito ed equità non esistono nemmeno a livello di intenzione.
Cosa significa allora corruzione in un sistema come questo? L'Arabia Saudita non fa neanche finta di essere un terreno in pari, in cui si gioca secondo determinate regole. La legge e le regole le enuncia o le firma il re, giorno per giorno.
Ai tempi in cui l'Europa mostrava apprezzamento per un tale sistema assolutista, il vocabolo "corruzione" aveva un significato abbastanza chiaro: mettere i bastoni tra le ruote al re. "Corruzione" non significava altro. Se il mondo pensa che Mohammed bin Salman stia portando l'Arabia Saudita verso la modernità occidentale, deve tenere presente anche che bin Salman sta preparandosi a buttare a mare la famiglia, con i suoi quindicimila principi di sangue reale, o che sta andando verso un assetto da monarchia costituzionale e verso un modello di società basata sullo stato di diritto; una società di cittadini, non di sudditi.
Di tutto quello che bin Salman sta facendo, nulla fa pensare che si stia muovendo in questo senso. Anzi, il suo operato indica che intende recuperare e restaurare l'aspetto assolutista della monarchia. E la modernità che sta cercando è del tipo che si può comprare praticamente pronta per l'uso, quella che basta tirarla fuori dalla scatola e montarla. Insomma, la sua idea è quella di comprarsi una base industriale pronta in kit di montaggio, e rimediare all'inaridirsi delle rendite petrolifere.
Secondo il piano Vision 2030 questa base industriale ben confezionata e altamente tecnologica dovrebbe portare mille miliardi di dollari di profitti all'anno... se tutto va bene. L'industrializzazione è intesa come fonte sostitutiva di reddito a sostegno della famiglia reale, non per privarla delle sue prerogative. Non si tratta dunque di un qualche cosa di "riformista" secondo il concetto occidentale di modernità intesa come uguaglianza davanti alla legge e come tutela dei diritti.


Speranze fallaci

Questo modo di fare industrializzazione, non calato nel contesto e implementato rapidamente, non è facile da conciliare con la società. A meno che non ci si chiami Stalin. E' costoso e, come la storia insegna, è deleterio sul piano sociale e su quello culturale. Costerà molto di più degli ottocento miliardi di dollari che Mohammed bin Salman spera di "recuperare" da quelli che ha fatto arrestare, ricorrendo alla coercizione fisica: già diciassette di essi sono finiti in ospedale per i maltrattamenti sofferti in detenzione.
Se non si tratta di occidentalizzare l'economia, perché tanti appartenenti di prima importanza alla famiglia reale devono "togliersi di mezzo"? Questo aspetto del piano ha forse a che fare con il motivo per cui bin Salman ha tanto desiderato sedurre e irretire il Presidente Trump, per dirla con Solkosky. Su questo, bin Salman dice la verità: a Trump ha confidato che intende ripristinare l'antica grandezza del regno, tornare ad essere il leader del mondo sunnita e il custode dell'Islam. Per questo motivo l'Iran per primo e la riscossa sunnita devono essere ricacciati in uno stato di subordinazione alla supremazia saudita.
Il problema è che qualcuno, nella famiglia reale, si sarebbe opposto a un simile avventurismo nei confronti dell'Iran. Bin Salman sembra stia comportandosi secondo una linea simile a quella dei neoconservatori statunitensi: come sostiene Kristol, una "egemonia benevola" è come una frittata che non si può fare (o rifare) senza rompere qualche uovo. Come hanno notato Miller e Sokolsky, a convincere Trump "non ci è voluto molto": la visione di Mohammed bin Salman combacia con le sue stesse priorità, e l'avversione verso l'Iran è la stessa. Puntuale, Trump ha espresso su Twitter il suo appoggio al giro di vite contro la "corruzione" in Arabia Saudita.
Ed ecco il terzo pilastro del piano: lo stato sionista sarebbe il "randello" dell'alleanza di Arabia Saudita, Emirati e USA contro l'Iran; l'esca per farlo entrare in azione doveva essere Hezbollah. In cambio l'Arabia Saudita si sarebbe attivata per il riconoscimento dello stato sionista, che a sua volta avrebbe concesso "qualcosa" ai palestinesi: un "qualcosa" che si potrebbe anche definire uno stato anche se di fatto era assai meno. Gli USA e l'Arabia Saudita avrebbero di comune accordo fatto pressione sui palestinesi per far loro accettare la proposta statunitense di arrivare ad un "accordo".
Perché è andata così male? Le aspettative su quello che ciascuna parte poteva mettere davvero in atto sono state esagerate. Ciascuno ha creduto all'altrui retorica. C'è stata l'infatuazione ameriKKKana per la regalità saudita, ci sono stati i legami familiari tra Kushner e Netanyahu. Ci sono stati i pii desideri di Kushner e di Trump, che avevano visto in Mohammed bin Salman lo strumento per la restaurazione del regno saudita come "poliziotto" degli USA nel mondo islamico, e persino dell'ordine ameriKKKano in Medio Oriente.
Forse Jared Kushner ha creduto a Bibi Netanyahu quando ha fatto intendere che la normalizzazione dei rapporti fra Arabia Saudita e stato sinista sarebbe stata contraccambiata con concessioni ai palestinesi; di fatto, il consiglio di sicurezza dello stato sionista ha già messo il veto alle concessioni di cui si discuteva a questo proposito, peraltro ben lontane dall'essere uno stato vero e proprio.
Forse Jared ha creduto a Mohammed bin Salman quando ha asserito di poter mobilitare il mondo sunnita contro l'Iran, se l'AmeriKKKa e lo stato sionista lo avessero sostenuto... in un momento in cui persino l'Egitto si è opposto alla destabilizzazione del Libano.
Forse Mohammed bin Salman ha creduto che Trump parlasse in nome dell'AmeriKKKa quando gli ha offerto il proprio sostegno, mentre in realtà parlava solo in nome della Casa Bianca.
Forse Mohammed bin Salman ha pensato che Trump avrebbe esortato l'Europa a muoversi contro Hezbollah in Libano e gli europei invece hanno messo al primo posto la stabilità libanese.
Infine, è possibile che Mohammed bin Salman e Kushner abbiano pensato che Netanyahu parlasse a nome dello stato sionista quando ha promesso di partecipare al blocco contro Hezbollah e contro l'Iran. Era questo il grandioso piano su cui hanno concordato Netanyahu e Trump il giorno prima che Trump a settembre lanciasse dall'ONU le sue bordate contro l'Iran? Un qualsiasi Primo Ministro dello stato sionista può combattere contro i palestinesi a mani relativamente libere, ma questo non è vero in quei casi in cui lo stesso stato sionista viene ad essere messo a repentaglio. Nessun Primo Ministro dello stato sionista può impegnarsi in un conflitto potenzialmente minaccioso per l'esistenza dello stato senza avere un ampio sostegno da parte del mondo politico e militare del paese. E questi sono ambienti che prevedono la guerra solo quando chiaramente confacente agli interessi dello stato sionista, non quando c'è da compiacere un bin Salman o il signor Trump.
Ben Caspit e altri editorialisti sionisti confermano che lo establishment dello stato sionista non pensa che una guerra contro Hezbollah e il rischio che il conflitto si allarghi facciano l'interesse del paese.
Le ricadute di quanto successo sono molto significative. E' emerso che al momento attuale lo stato sionista si guarda bene dal prendere in considerazione una guerra in Medio Oriente, come illustrato da Caspit. L'accaduto ha sottolineato anche l'inconsistenza delle ambizioni di Mohammed bin Salman su un'alleanza sunnita da contrapporre all'Iran, e ha tagliato le gambe alla politica di contenimento dell'Iran del Presidente Trump. Almeno per adesso ci si deve attendere che Iran e Russia rafforzeranno lo stato in Siria, e stabilizzeranno il quadrante nord. La "guerra di Armageddon" di Caspit magari arriverà anche, ma forse non adesso.

lunedì 27 novembre 2017

Alastair Crooke - L'azzardo di un'Arabia Saudita alla disperazione



Traduzione da Consortium News, 10 novembre 2017.

La cosa è sempre intrigante. La guerra in Siria sta per finire, e per chi ha scommesso sulla parte perdente e si ritrova all'improvviso nelle peste mentre il tempo sta per scadere la sconfitta è motivo di acuto e pubblico imbarazzo. La tentazione è quella di ignorare la sconfitta e buttare spavaldamente sul piatto l'ultima posta: all'ultimo giro di ruota il vero uomo si gioca la casa e tutto quello che c'è dentro. Quelli che assistono se ne stanno vigili in silenzio, aspettano che la ruota rallenti e faccia passare la pallina da numero a numero e guardano dove va a fermarsi, se sul nero o sul rosso. Il rosso sangue della tragedia.
Questo non succede solo nei romanzi; succede anche nella vita. Il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman (MbS) ha puntato tutto sul nero, con il sostegno degli amici: il genero del Presidente Trump Jared Kushner, il principe ereditario di Abu Dhabi Mohammed bin Zayed (MbZ) e lo stesso Trump. Nel corso della sua vita di affarista Trump si è giocato il futuro in una o due occasioni. Ha giocato anche lui, e lo ammette con eccitazione.
Nell'ombra, nel retro della sala da gioco, ecco il Primo Ministro sionista Bibi Netanyahu. L'idea di darsi al gioco è stata prima di tutto un'idea sua. Se l'eroico giocatore cade in piedi anche lui avrà di che gioire, ma se esce il rosso... beh, nulla di cui preoccuparsi: mica ci rimane lui, in braghe di tela.
Siamo chiari: Mohammed bin Salman sta distruggendo tutto quello che mantiene il regno saudita integro e intatto. L'Arabia Saudita non è solo una ditta di famiglia, è anche una confederazione tribale i cui interessi discordanti sono stati soddistatti dapprincipio tramite la composizione della Guardia Nazionale e tramite il suo controllo. Solo che la Guardia Nazionale non rispecchia più le varie affiliazioni tribali del regno, ma gli interessi di un solo uomo, quello che se ne è impossessato.
Lo stesso vale per i vari rami cadetti della famiglia al Saud. L'oculata suddivisione della posta in gioco fra i molti che in famiglia battono cassa non esiste più. Un solo uomo sta ritirando dal tavolo le puntate più piccole di tutti quanti. Lo stesso ha tagliato i legami che univano la corte alla élite affaristica saudita e sta lentamente separandosi anche dallo establishment religioso wahabita, che si è ritrovato cacciato a calci dal sodalizio fondato insieme a Ibn Saud, primo monarca dell'Arabia Saudita che governò nella prima metà del XX secolo e noto anche come re Abdul Aziz. Insomma, non è rimasto più nessuno ad avere voce in capitolo ad eccezione di Mohammed bin Salman e a quanto sembra nessuno ha qualche diritto o può aspirare a qualche risarcimento.
Tutto questo per quale motivo? Perché MbS vede che la supremazia politica e religiosa sul mondo arabo sta sfuggendo come sabbia dalle dita del re, e non può sopportare l'idea che l'Iran e i disprezzati sciiti possano esserne gli eredi.


Cambiare volto all'Arabia Saudita

L'Arabia Saudita deve dunque essere trasformata da sonnacchioso e declinante regno a strumento per rintuzzare la potenza iraniana. Un'idea in sintonia con un Presidente statunitense che sembra sempre più preoccupato di riaffermare il prestigio degli USA, la loro deterrenza e il loro potere a livello mondiale anziché attenersi alla linea non interventista della campagna elettorale. Alla conferenza dello American Conservative tenutasi all'inizio di novembre a Washington l'editorialista Robert Merry, che è un prolifico scrittore dal realismo inossidabile, ha lamentato il fatto che "Nell'epoca di Trump non esistono né realismo né ritegno nella politica estera degli Stati Uniti."
Le guerre costano, tutte, e servono soldi. E sui soldi allora si mettono le mani arrestando i rivali con l'accusa di corruzione, come sta facendo Mohammed bin Salman. Solo che per tradizione l'Arabia Saudita, fin dal diciottesimo secolo, ha sempre nutrito tutte le sue lotte per il potere facendo ricorso a uno strumento particolare ed efficace: lo scatenamento dello jihadismo wahabita. Solo che all'indomani della débacle in Siria questo strumento non gode di alcun credito, e non è più utilizzabile.
L'Arabia Saudita deve inventarsi altro, da contrapporre all'Iran; il principe ereditario ha fatto una scelta che suona ironica: l'"Islam moderato" e il nazionalismo arabo, da contrapporre a un Iran e a una Turchia che arabi non sono. Muhammad Abd el Wahhab si sta rigirando nella tomba: l'Islam "moderato", nella sua dottrina rigorosa, altro non era che idolatria, come quella praticata dagli Ottomani; roba che a suo modo di vedere andava punita con la morte.
Nell'azzardo di MbS questa è la parte più rischiosa, anche se l'espropriare il principe Walid bin Talal della sua mastodontica fortuna è stata una cosa che ha attirato di più l'attenzione. Re Abdel Aziz dovette vedersela con una ribellione armata, e un altro re fu assassinato per essersi allontanato dai principi wahabiti su cui si fonda lo stato e per aver abbracciato la modernità occidentalizzata, una cosa che i puristi dello wahabismo considerano idolatria.
Non è che si possono esorcizzare i geni del fervore wahabita statuendo per decreto che essi non esistono più. Abdul Aziz alla fine riuscì ad averne ragione solo uccidendo a colpi di mitragliatrice i suoi aderenti. Solo che l'idea di abbracciare l'"Islam moderato" e di minacciare una resa dei conti con l'Iran è stata probabilmente concepita corteggiando Trump perché sostenesse MbS nella cacciata dal ruolo di principe ereditario del cugino, il principe Naif, e al tempo stesso tenendo presente il potenziale appeal, sul piano delle pubbliche relazioni, che avrebbe avuto il ritrarre l'Iran come estremista ad una Casa Bianca la cui idea di Medio Oriente viene definita da Bibi Netanyahu che sussurra all'orecchio di Jared Kushner, e dai pregiudizi di una conventicola di consiglieri propensi a intendere l'Iran in un modo solo invece che per i suoi molteplici aspetti. Probabilmente Netanyahu si sta congratulando con se stesso per questa astuta pensata.


Un bel colpo per Netanyahu

Non ci sono dubbi, per Netanyahu è stato un bel colpo. La questione comunque è se l'esito sarà una vittoria di Pirro oppure no. Comunque vada, tirare bombe a mano contro qualcosa di infiammabile è molto pericoloso. Questo piano di USA, stato sionista, Arabia Saudita ed Emirati Arabi è come minimo un tentativo di rovesciare la realtà che origina nella negazione dello smacco che questi paesi hanno subito per i molteplici fallimenti cui sono andati incontro nel plasmare un nuovo Medio Oriente alla maniera occidentale. Ora, dopo il fallimento cui sono incorsi in Siria dove pure si sono spinti al limite cercando la vittoria, provano con un nuovo giro di ruota e sperano di rifarsi di tutte le perdite precedenti. Il meno che si possa dirne è che si tratta di una speranza fallace.
La presenza iraniana nel nord della regione mediorientale non è velleitaria; oggi si tratta di una realtà dalle solide radici. Lo spazio strategico iraniano comprende la Siria, il Libano, l'Iraq, lo Yemen e, in misura sempre maggiore, la Turchia. L'Iran ha avuto un ruolo di primo piano nella sconfitta dello Stato Islamico, come lo ha avuto la Russia. E l'Iran è un partner strategico di una russia che può contare oggi su un'ampia influenza nella regione. In altre parole, a pesare di più sul piano politico oggi è la parte settentrionale del Medio Oriente più che il suo indebolito fianco a sud.
Nel caso ci fosse stata in giro l'idea che la Russia poteva tenere a freno l'Iran e i suoi alleati nella regione e con questo alleviare le preoccupazioni dello stato sionista, tutto questo fa fuori qualunque pio desiderio. Anche se i russi potessero farlo, e probabilmente non possono, perché dovrebbero? E allora, come si argina l'Iran, con le armi? Anche questa sembra un'esagerazione.
Dopo la guerra in Libano nel 2006, la prospettiva dell'esercito e delle forze di sicurezza dello stato sionista è quella di una guerra breve -sei giorni o meno- eccezion fatta per i palestinesi. Una guerra che non provochi pesanti perdite per le forze armate o per la popolazione civile dello stato sionista, e che si possa vincere pagando un basso prezzo. L'ideale sarebbe anche una piena partecipazione da parte degli USA, a differenza di quanto successo nel 2006. Al Pentagono non è che muoiano dalla voglia di impegnarsi di nuovo sul terreno, e i sionisti lo sanno. L'Arabia Saudita da sola, poi, non è una minaccia per nessuno: lo Yemen ne è una dimostrazione.
L'Arabia Saudita è in grado di strangolare l'economia libanese e di fare pressione politica sul governo del Libano? Certamente: solo che le pressioni sul piano economico colpiranno più duramente le classi medioalte di ascendenza sunnita rispetto agli sciiti che sono il 44% della popolazione. I libanesi in generale non amano le interferenze esterne; più probabile che le pressioni e le sanzioni ameriKKKane uniscano il paese anziché dividerlo. La storia delle sanzioni è vecchia, ed è sempre la stessa. Inoltre, si può indovinare che gli europei non sosterranno volentieri né la destabilizzazione del Libano, né l'abbandono dell'accordo sul nucleare iraniano, raggiunto nel 2015 per impedire all'Iran di sviluppare armamenti nucleari.
Quale, allora, il risultato? Quella saudita è una società in cui già sono molte le tensioni represse; il paese può semplicemente implodere sotto la nuova ondata repressiva, o MbS essere in qualche modo estromesso prima che la situazione diventi irreparabile. L'AmeriKKKa e lo stato sionista non ne usciranno rafforzati; anzi, saranno visti come sempre meno importanti per il Medio Oriente.
Robert Malley, consigliere per il Medio Oriente nella passata amministrazione, mette in guardia contro il pericolo di una deflagrazione regionale: "Non succede grazie alla paura, ma la stessa paura potrebbe far precipitare la situazione."

sabato 25 novembre 2017

Raúl Ilargi Meijer - Tassateli a sangue. Facebook, Google, Uber, AirBnB e tutti gli altri.


Traduzione da The Automatic Earth, 11 novembre 2017.

 
Jean-Léon Gérôme, La Verità esce dal pozzo per far vergognare il genere umano, 1896.

Negli ultimi giorni sta uscendo un'intera biblioteca di articoli sui giganti della tecnologia e credo che la maggior parte di essi siano scritti così bene, e le idee ivi contenute così bene espresse, che c'è poco da aggiungere. Unica cosa, credo di poter avere la soluzione ai problemi che sono davanti agli occhi di molta gente. Temo altresì che non verrà adottata, e che si farà in modo che non lo sia proprio. Se le cose stanno in questo modo, siamo davvero lontani da qualsiasi soluzione. E questa è davvero una brutta notizia.
Cominciamo con una critica in senso generale -e financo benevola- scritta per il Guardian da Claire Wardle e Hossein Derakhshan.
In che modo le notizie sono diventate "false notizie"? Quando i media sono diventati sociali
I media sociali ci costringono a vivere sotto gli occhi di tutti, ci mettono al centro della scena in qualunque cosa facciamo ogni giorno. Erving Goffman, sociologo statunitense, ha formulato il concetto della "vita come teatro" nel suo libro Presentation of self in everyday life uscito nel 1956. Il libro è uscito sessant'anni fa, ma l'importanza del concetto non ha fatto che aumentare. Avere una vita privata è sempre più difficile non solo per quello che riguarda il mantenere lontano dagli occhi del governo o delle multinazionali i propri dati personali, ma anche per quanto riguarda il tenere i nostri spostamenti, i nostri interessi e -cosa ancora più preoccupante- i nostri comportamenti di consumo lontano dagli occhi del resto del mondo.
Le reti sociali sono congegnate in maniera tale che ci ritroviamo a valutare continuamente gli altri, e ad essere noi stessi continuamente oggetto di valutazione. Di fatto ci ritroviamo sparpagliati su diverse piattaforme e le nostre decisioni, che diventano atti pubblici o parzialmente pubblici, sono guidate dal nostro desiderio di fare buona impressione sul nostro pubblico, immaginario o reale. Accettiamo di mala voglia questo mettere in piazza quando si tratta dei viaggi che facciamo, degli acquisti, degli appuntamenti e delle cene. Sappiamo come funziona la cosa. Gli strumenti on-line che utilizziamo sono gratuiti, ma in cambio vogliono informazione sul nostro conto e siamo consapevoli del fatto che le utilizzano per pubblicizzare le decisioni che stanno a monte del nostro stile di vita in modo da incoraggiare le persone che fanno parte della nostra rete a unirsi, connettersi e acquistare.
Il problema è che queste stesse forze hanno influito pesantemente sul modo in cui consumiamo notizie e informazioni. Prima che i nostri media diventassero "sociali", solo i nostri familiari più prossimi o i nostri amici sapevano che cosa leggevamo o che cosa guardavamo, e se volevamo tenere segreti certi nostri piaceri proibiti eravamo in condizioni di poterlo fare. Adesso, quanti di noi fruiscono di notizie tramite le reti sociali si trovano a far sapere a molta gente quello che apprezzano e quello che seguono [...] Fluire di notizie è diventato un comportamento che non riguarda soltanto il cercare di tenersi aggiornati o il divertimento. Quello su cui mettiamo un "mi piace" o che decidiamo di seguire diventa parte della nostra identità, un'indicazione della classe sociale a cui apparteniamo, del nostro status, e soprattutto delle nostre opinioni politiche.

Il contesto è questo. La gente vende la propria vita, la propria anima, per unirsi a una rete che poi vende questa vita e quest'anima al miglior offerente, ottenendo un profitto che per nessuna parte torna alle persone. Non si tratta di un'idea inverosimile. Come spiegato in seguito, in termini di scala Facebook è il cristianesimo dei giorni nostri. E queste preoccupazioni non sono patrimonio esclusivo di cittadini preoccupati; a parlare senza mezzi termini sono anche alcuni pionieri come il cofondatore di Facebook Sean Parker.
Facebook: Dio solo sa cosa sta facendo al cervello dei nostri figli
"Sean Parker, presidente fondatore di Facebook, mi ha fornito una panoramica disinteressata su come le reti sociali attirano e possono danneggiare la nostra mente. Occhio: la testimonianza in prima persona del signor Parker rappresenta un preziosissimo punto di vista nel nascente dibattito sulla potenza e sugli effetti delle reti sociali, che ormai hanno uno sviluppo e una portata che non ha precedenti nella storia umana [...].
Ai tempi in cui stavamo mettendo in piedi Facebook mi trovavo con persone che venivano da me e mi dicevano "Io sui media sociali non ci sono". Io rispondevo "Va bene, in futuro ci sarai". Quelli allora dicevano: "No, no, no: io ci tengo ai rapporti che ho nella vita vera. Io ci tengo al singolo momento. Io ci tengo alla presenza concreta. Io ci tengo all'intimità." Io gli dicevo: "...Beh, alla fine ti beccheremo."
"Non so se davvero avevo compreso le implicazioni delle mie parole; una delle non volute conseguenze dell'esistenza di una rete che arriva a comprendere uno o due miliardi di persone e... è che essa cambia, letteralmente, i rapporti che si hanno con la società e con gli altri... probabilmente interferisce con la produttività, e lo fa in modo strano. Dio solo sa che costa sta facendo al cervello dei nostri figli.
Il processo cognitivo implicato nella realizzazione di applicazioni del genere, di cui Facebook è stata la prima... era centrato solo su 'Come assorbire il più possibile del tempo e dell'attenzione consapevole dell'utenza?' Insomma, bisogna trovare la maniera di darti una botta di dopamina ogni tanto, perché qualcuno aveva apprezzato o commentato una foto o uno scritto o che altro. Così i tuoi contributi arrivavano sempre più volentieri, e ti avrebbero portato... più apprezzamenti e più commenti.
Insomma, una sorta di validazione sociale ciclica... esattamente il genere di cosa che metterebbe in piedi uno hacker come me, perché si tratta di sfruttare una vulnerabilità nella psicologia dell'uomo. Noi inventori, noi realizzatori, io stesso, Mark [Zuckerberg], Kevin Systrom di Instagram, tutti noialtri insomma, siamo consapevolie di questo. E siamo andati avanti lo stesso.
Anche uno dei primi ad investire in Facebook, Roger McNamee, ha qualcosa da aggiungere in linea con quanto affermato da Parker. Sembra che loro siano Frankenstein, e Facebook il loro mostro...

La minaccia di Google e di Facebook alla salute pubblica e alla democrazia
"Non è esagerato parlare di dipendenza. Il consumatore medio controlla il proprio smartphone centocinquanta volte al giorno, con più di duemila sfioramenti e tocchi. Le applicazioni più frequentemente utilizzate sono proprietà di Facebook e di Alphabet, e sono prodotti il cui numero di utenti è ancora in crescita. In termini di scala, Facebook e Youtube sono paragonabili al cristianesimo e all'Islam, rispettivamente. Ogni mese più di due miliardi di persone usano Facebook; un miliardo e trecento milioni ne fa uso quotidiano. Più di un miliardo e mezzo di persone usano Youtube. Altri servizi di proprietà di queste società assommano utenti per più di un miliardo di persone.
Facebook e Alphabet contano perché gli utenti barattano privacy e franchezza con qualcosa di comodo e di gratuito. Dapprincipio i creatori di contenuti hanno opposto resistenza, ma la domanda degli utenti li ha costretti a rassegnare controllo e profitti a Facebook e ad Alphabet. La verità è triste, ed è che nel perseguire profitti smisurati Facebook e Alphabet si sono comportate in modo irresponsabile. Esse hanno consapevolmente unito le tecniche di persuasione usate dai propagandisti e dall'industria dell'azzardo con la tecnologia, in una maniera che è pericolosa per la salute pubblica e per la democrazia.
Il problema non si trova nella rete sociale o nella ricerca. Il problema è nel modo in cui sono veicolate le pubblicità. Mi spiego meglio. Dacché esistono i rotocalchi gli editori sono consapevoli delle potenzialità racchiuse nello sfruttamento delle emozioni umane. Per vincere la guerra dell'attenzione, gli editori devono dare al pubblico quello che il pubblico desidera, contenuti che fanno leva sulle emozioni più che sull'intelletto. La sostanza non può competere con la sensazione, e con la sensazione si deve giocare permanentemente al rialzo, altrimenti i consumatori si fanno distrarre e si rivolgono ad altro. Lo sbattimento dei mostri in prima pagina ha guidato le scelte editoriali per più di un secolo e mezzo, ma è diventato una minaccia per la società nel corso degli ultimi dieci anni, con l'arrivo degli smartphone.
 I supporti mediatici come i giornali, la televisione, i libri e gli stessi computer sono capaci di persuasione, ma la gente se ne avvale solo per qualche ora al giorno, e tutti sono destinatari degli stessi contenuti. La guerra in atto oggi per attirare pubblico non è uno scontro leale. Ogni concorrente sfrutta le stesse tecniche, ma Facebook e Alphabet possono contare su due vantaggi incolmabili: la personalizzazione e gli smartphone. A differenza degli altri media, Facebook e Alphabet sanno praticamente tutto dei propri utenti: li seguono ovunque sul web e spesso anche al di fuori di esso.
Rendendo ogni esperienza gratuita e semplice, Facebook e Alphabet sono diventati i guardiani di internet e questo assegna loro prerogative di controllo e di profitto mai viste prima nei media. Sfruttano i dati per personalizzare l'esperienza di ogni utente e per drenare profitti dai creatori di contenuti. Grazie agli smartphone, la guerra del pubblico si svolte su una sola piattaforma accessibile in ogni momento che si trascorre svegli: i concorrenti di Facebook e di Alphabet non hanno nessuna speranza.
Facebook e Alphabet traggono profitto dai contenuti tramite pubblicità indirizzate in maniera più precisa di quanto sia mai stato possibile in precedenza. Le piattaforme creano "bolle filtro" attorno a ciascun utente, confermando le sue credenze preesistenti e spesso creando l'illusione che tutti condividano i suoi stessi punti di vista. Lo fanno perché questo porta profitti. Il rovescio della medaglia è rappresentato dal fatto che le credenze di ciascuno diventano più rigide e più estreme. Gli utenti diventano meno aperti a nuove idee e persino ai dati di fatto.
In un dato momento Facebook può mostrare a ciascun utente milioni di contenuti. A essere scelti sono quei pochi che più probabilmente porteranno il massimo profitto. Se non fosse per il modello con cui vengono veicolate le pubblicità, Facebook potrebbe presentare invece contenuti che informano, ispirano o arricchiscono altrimenti l'utenza. L'esperienza dell'utente su Facebook invece è dominata da cose che fanno leva sulla paura e sulla rabbia. E questo sarebbe già una brutta cosa, ma la realtà è anche peggiore.
In un articolo sul Daily Mail, le idee di McNamee vengono portate parecchio più avanti. Goebbels, Bernays, paura, rabbia, personalizzazione, civiltà.


I primi finanziatori di Facebook paragonano le reti sociali alla propaganda nazista
I piani alti di Facebook sono stati paragonati da un ex finanziatore al ministro della propaganda nazista Joseph Goebbels. Roger McNamee ha anche paragonato i metodi della società a quelli di Edward Bernays, il pioniere delle pubbliche relazioni che promosse tra le donne l'abitudine al fumo. Il signor McNamee ha fatto fortuna sostenendo Facebook nei primi tempi, e ha esposto senza mezzi termini le proprie preoccupazioni per le tecniche che i giganti della tecnologia usano per trovare utenti e inserzionisti. [...] L'ex finanziatore ha detto che tutti ormai "in misura più o meno estesa sono dipendenti" da quel sito e che temeva che la piattaforma stesse inducendo le persone a scambiare i rapporti umani veri e propri con relazioni fasulle.
Ha paragonato le tecniche della società a quelle di Bernays e del ministro delle pubbliche relazioni di Hitler. "Per tenere viva la tua attenzione hanno saccheggiato il repertorio di Edward Bernays, di Joseph Goebbels e di tutti gli altri professionisti della persuasione, di tutte le grandi agenzie pubblicitarie, e lo hanno riversato in un prodotto permanente che presenta informazioni altamente personalizzate in modo da renderti dipendente", ha detto al Telegraph il signor McNamee. McNamee ha detto che Facebook stava costruendo una cultura basata "sulla paura e sulla rabbia". "Abbiamo abbassato il livello del discorso civile, le persone si comportano in modo meno civile le une con le altre..."
McNamee ha detto che i giganti della tecnologia hanno usato il Primo Emendamento come un'arma, "essenzialmente per autoassolversi da ogni responsabilità." Ha poi aggiunto: "Parlo da persona che all'inizio era coinvolta in tutto questo." Le considerazioni di McNamee arrivano come un altro schiaffo a Facebook, dopo che il mese scorso l'ex collaboratore Justin Rosenstein ha fatto presenti le sue preoccupazioni. Il signor Rosenstein è l'ingegnere di Facebook che ha creato un prototipo del bottone "mi piace" del portale; ha chiamato la sua invenzione "l'argentino rintocco del piacere falso". Ha detto che era stato costretto a limitarsi nell'uso della rete sociale perché era preoccupato per l'impatto che essa aveva avuto su di lui.
In merito agli effetti che i media sociali hanno sul piano economico, e non su quello della società o dei singoli, qualche settimana fa Yanis Varoufakis ha detto questo:
Il capitalismo è alla fine perché si è reso obsoleto da solo - Varoufakis
L'ex ministro delle finanze greco Yanis Varoufakis ha affermato che il capitalismo sta avvicinandosi alla fine perché si sta rendendo obsoleto da solo. L'ex professore di economia ha detto al pubblico dello University College di Londra che l'affermarsi delle grandi società nel campo della tecnologia e dell'intelligenza artificiale farà sì che l'attuale sistema economico si indebolisca da solo. Varoufakis ha detto che in società come Google o Facebook, per la prima volta in assoluto, il capitale sociale viene acquistato e prodotto dai consumatori.
"Le tecnologie, tanto per cominciare, sono state finanziate con denaro governativo; poi, ogni volta che si cerca qualche cosa su Google, si porta un contributo al capitale di Google," ha detto Varoufakis. "E chi è che si prende i frutti del capitale? Google, non voi. Non c'è dunque dubbio che il capitale sia prodotto in modo sociale, e che i suoi frutti invece siano privatizzati. Questo, insieme all'intelligenza artificiale, sta per portare alla fine del capitalismo.
Insomma, quando la gente vende vita e anima a Facebook e ad Alphabet, vende anche la propria economia. Ecco cosa significa tutto questo. E dire che stavate solo guardando cosa facevano gli amici. E' interessante vedere come le due cose si mescolano, e interagiscono tra loro.

Come l'economia ha fatto fallire l'economia
Quando il grande economista Simon Kuznets dopo il 1930 ha ideato il concetto di Prodotto Interno Lordo, ha deliberatamente lasciato due settori industriali fuori da quella che all'epoca era un'idea di reddito nazionale innovativa e rivoluzionaria: la finanza e la pubblicità. [...] La logica di Kuznets era semplice e non si trattava di una sua mera opinione ma di un dato di fatto frutto di un'analisi: la finanza e la pubblicità non creano nuova ricchezza. Si limitano ad allocare o a distribuire la ricchezza esistente: il prestito per comprare un televisore non è un televisore, un prestito per accedere a cure mediche non è una cura medica. Sono soltanto i mezzi per conseguire un qualche bene, non il bene stesso. Adesso tocca parlare di due tragedie della storia recente.
Quelli del Cogresso si fecero una risata, come fanno di solito quelli del Congresso, ignorarono Kuznets e inclusero comunque nel Prodotto Interno Lordo pubblicità e finanza per motivi politici. Insomma, per come pensano i politici più alto significa anche migliore, per cui un reddito nazionale più alto deve andare meglio per forza. E' chiaro? Teniamolo presente. Ai nostri giorni sta succedendo qualcosa di veramente strano.
Se ci comportiamo come aveva suggerito Kuznets e togliamo dal PIL la finanza e la pubblicità, cosa indicano i grafici, grafici che mostrano l'economia come essa è veramente? Ecco, dal momento che nella crescita la parte del leone (oltre il cinquanta per cento l'anno) la fanno proprio la finanza e la pubblicità -con Facebook o Google o gli hedge fund di Wall Street- si nota che la crescita economica che gli USA hanno perseguito così affannosamente, così furiosamente, in realtà non è mai esistita.
La stessa crescita non è stata altro che un'illusione, un gioco di numeri, creato tenendo conto di cose che avrebbero dovuto esserne escluse. Se avessimo tolto dal PIL quelli che potremmo definire "settori allocativi", noteremmo che la cescita economica è in realtà inferiore alla crescita della popolazione e che le cose stanno così da molto tempo, probabilmente fin dagli anni successivi al 1980; insomma, l'economia statunitense ha ristagnato, e questo è -oh, sorpresa- quello che rivela l'esperienza quotidiana.
Gli indicatori economici non ci raccontano più una storia realistica, preziosa e accurata sulle vere condizioni dell'economia; non l'hanno mai fatto. Solo che per un po' il giochetto ci ha fatto credere che la realtà non fosse quella che era. Oggi i giochetti sono finiti e l'economia cresce, ma la vita della gente, il benessere, i redditi e la ricchezza non crescono. Ed è questo il motivo per cui l'estremismo si è scatenato in tutto il mondo. Si comincia forse a notare perché i due piani si sono separati uno dall'altro: le analisi economiche hanno fatto fallire l'economia.
Adesso facciamo prima uno, poi due passi avanti. La finanza e la pubblicità oggi non sono solo industrie allocatrici. Sono industrie rapaci, che tolgono a molti per dare a pochi. Esse incamerano ricchezza dalla società e deviano su di essa i costi, senza creare ricchezza di per sé.
L'esempio di Facebook permette di comprendere nel modo più semplice come stanno le cose. Facebook rende i suoi utenti più tristi, più soli e più infelici, e corrode anche la democrazia in modi che sono spettacolari e catastrofici. Non si vede nulla di buono in tutto questo, eppure a livello di reddito nazionale sono tutte cose considerate vantaggi e non costi; l'economia così figura in crescita, anche mentre una società formata da persone impoverite viene manipolata da attori stranieri perché distrugga la sua stessa democrazia. Bello, vero?
Questo perché la finanza e la pubblicità sono state considerate creative e produttive, mentre invece erano soltanto allocative e distributive, e presto hanno mutato la propria natura in rapace. Insomma, se fin da principio avessimo asserito che questi settori non contavano, forse non avrebbero avuto bisogno di massimizzare i profitti (o i venture capital non avrebbero avuto bisogno di annegarli nel denaro...) per un tempo indefinito in modo da contare di più. Solo che non lo abbiamo fatto.
Insomma, presto non hanno avuto altra scelta che assumere un carattere rapace, mettersi ad accumulare sempre maggiori profitti per alimentare l'illusione della crescita, e cominciare a fagocitare l'intera economia; come notato da Kuznets, finanza e pubblicità allocano tutto quanto il resto e finiscono di fatto per controllarlo.
Insomma, i settori dell'economia davvero creativi, produttivi e vivificanti sono deperiti sia in termini relativi che in termini assoluti, perché sono stati marginalizzati, dissanguati e logorati per mantenere i settori predatori, che non espandono il potenziale umano. L'economia ha divorato se stessa, proprio come aveva ipotizato Marx; solo che non è accaduto per un motivo intrinseco, ma a causa di una scelta, di un errore, di una tragedia.
[...] La vita non prospera, non cresce, non si sviluppa in un modo unico che io o voi possiamo identificare o indicare con chiarezza. Sembra proprio che l'economia stia crescendo, perché imprese meramente allocative e distributive come Uber, come Facebook, come le agenzie di rating, come l'infinità di hedge fund senza nome o i trafficanti di dati personali che operano nell'ombra e altre cose del genere che non portano alcun contributo positivo identificabile alla vita umana sono tutte considerate in modo positivo. Non è evidente l'assurdità di tutto questo?
[...] Non è un caso che i settori validi dell'economia non siano riusciti a crescere, e non si è certo trattato di volontà divina. E' stata una scelta. Un mero rapporto di causa ed effetto: da una parte una società che stava ingannando se stessa fingendo disperatamente di crescere, dall'altra la crescita autentica. Il non togliere la finanza e la pubblicità dal PIL e creare così l'illusione della crescita; se gli USA non lo avessero fatto, magari si sarebbero trovati a doversi impegnare a fondo per trovare qualche modo per crescere in modo significativo, vero, autentico, invece di cavarsi d'impaccio per la via più facile e ritrovarsi oggi a ristagnare, senza neanche riuscire a capire perché.

Le imprese che non producono ma si limitano a drenare denaro dalla società devono essere tassate in maniera talmente pesante da rendergli problematico sopravvivere. Se questo non succede, la nostra conomia non si riprenderà mai; non sopravviverà neppure. Tutta l'illusione dell'economia dei servizi deve essere abbattuta finché siamo in tempo a farlo. Un sistema economico deve produrre beni reali, tangibili, altrimenti muore.
Nel caso dell'industria finanziaria tutto questo vuol dire tassargli anche il culo, per ogni transazione che combina. Vogliono tirar su soldi da derivati complessi? Bene: aliquota del settantacinque per cento. Anticipato. Ah, no, niente trasferimenti in paradisi fiscali. Che non si azzardino nemmeno.
Nel caso di Uber e di Air BnB vuol dire essere tassati fino al culo, sia come società che come singoli proprietari di auto o di case. Uber e Air BnB sottraggono grandi quantità di denaro alle economie locali, alla società, ai contesti locali; una cosa senza senso, senza necessità e che porta alla miseria. Ogni città può realizzare un proprio sistema per il noleggio di auto o per l'affitto di abitazioni. I profitti dovrebbero rimanere all'interno della comunità locale ed essere reinvestiti in essa.
E Google e Facebook, che sono oggi le agenzie pubblicitarie più grandi del mondo (ma sono solo questo)? Fracassarle di tasse, o proibire loro di diffondere pubblicità. Per quale motivo? Perché esse drenano dalla società enormi quantità di capitali produttivi. Capitali che esse, come spiega Varoufakis, non hanno creato.
I capitali li state creando voi, voi stessi che dovete poi pagare per accedere ai capitali che avete creato. Oh sì, sembra che uno non faccia che connnettersi e guardare cosa stanno combinando gli amici, ma il totale che viene tolto a voi, ai vostri amici e alla vostra comunità è talmente altro che non avreste mai accettato di pagarlo volontariamente se ne aveste avuto contezza.
L'unica cosa che non mi pare nessuno abbia denunciato, e che potrebbe impedire alla radicale proposta di tassarli -senza mezzi termini- a sangue di rappresentare una minaccia per i grandi della tecnologia è che Facebook, Alphabet e gli altri hanno tutti stabilito solidi rapporti con varie agenzie di spionaggio. Ecco: Goebbels e Bernays a servizio della CIA!
Visti i rapporti sempre più stretti tra Google, Facebook e la CIA, queste due società sono talmente importanti per quello che le teste d'uovo impegnate là dentro considerano l'interesse nazionale che non faranno altro che proteggersi a vicenda. Insomma, visto che il quartier generale della CIA a Langley in Virginia protegge tutti sia scopertamente che segretamente, siamo a posto per la vita. Per tutta la vita, proprio.
Proissimo passo, prendersi interi sistemi economici e intere società. Lo stanno facendo proprio adesso. Lo so, pensavate che fossero "i russi", con qualche pubblicità su Facebook di cui non ci sono neanche le prove, a minacciare la democrazia in USA e in Europa. Ecco, sarebbe il caso di rivederle, queste opinioni.
Il mondo non si è mai trovato davanti a tecnologie come queste. Non ha mai visto una tale densità, una tale profondità di informazioni e neppure una tale dipendenza da esse. Non siamo pronti ad affrontare alcuno di questi aspetti. Ma dobbiamo imparare velocemente, o ci ritroveremo a fare la parte degli utili idioti e degli schiavi in una pièce di teatro dell'assurdo con tutti i crismi di 1984. I nostri politici a riguardo sono tutti assenti ingiustificati o dispersi; non hanno idea di cosa dire o di cosa pensare, non capiscono davvero cosa significhino Google o la bitcoin o Uber.
Intanto però c'è una cosa che possiamo fare, portando a giustificazione il concetto di considerarle industrie non produttive e rapaci. Cavargli il sangue a furia di tasse. Colpire l'industria finanziaria in questo modo, dargli così un benvenuto molto in ritardo sui tempi. Abbiamo bisogno di rendere produttiva l'economia, o siamo spacciati. E Facebook, Alphabet e la Goldman Sachs non producono un cazzo di niente.
Se ci si pensa bene, l'unico settore in crescita rimasto nell'economia statunitense è quello di imprese che spiano i cittadini statunitensi. E quelli europei. La Cina ha messo al bando sia Facebook che Google. Per quale motivo pensate che l'abbiano fatto? Perché Google e Facebook sono 1984, ecco perché. E se esisterà un Grande Fratello nel Regno di Mezzo, non sarà nella Silicon Valley.