venerdì 11 agosto 2017

Alastair Crooke - In USA si gioca alla politica con il futuro del mondo



Traduzione da Consortium News, 6 agosto 2017

Finalmente il Congresso degli Stati Uniti ha emesso qualche legge, e lo ha fatto con l'approvazione quasi unanime da parte di esponenti di entrambi i partiti. Il problema è che al centro dei provvedimenti non troviamo un riflesso profondo degli interessi ameriKKKani in politica estera, quanto il desiderio di danneggiare il presidente degli Stati Uniti e di impedirgli per il futuro qualsiasi accordo con la Russia. Della preoccupante spinta verso uno scontro con la Russia insita in questa iniziativa o dei danni collaterali che essa comporta per gli altri nessuno si interessa.
L'obiettivo era quello di mettere all'angolo il presidente Trump; una questione che è passata davanti a qualsiasi altra considerazione, prima fra tutte l'eventualità che il resto del mondo ne deducesse che l'AmeriKKKa non ha alcuna capacità di seguire una politica estera coerente o addirittura di averne una, a fronte dello scontro in atto sul piano interno. Si tratta di una questione fondamentale. Per la grande maggioranza dei senatori e dei deputati democratici e repubblicani, abbattere "il Donald" è tutto, e al diavolo le conseguenze che questo ha per l'AmeriKKKa sul piano mondiale.
La senatrice Dianne Feinstein, democratica per la California, ha tranquillamente affermato che le preoccupazioni degli alleati degli USA passano in secondo piano rispetto alla necessità di punire la Russia per le sue interferenze nel processo elettorale. A chi le chiedeva se la cosa riguardasse anche gli interessi dell'Unione Europea uno dei principali promotori della legge, il repubblicano dell'Arizona John McCain ha detto semplicemente "Non che io sappia. Sicuramente non riguardano lo specifico della mia iniziativa."
Un altro dei promotori, il democratico del New Jersey Bob Menendez, ha laconicamente risposto alla stessa domanda: "Non moto, ad essere sinceri."
McCain poi ha affermato con noncuranza che sostanzialmente "tocca all'Unione Europea adeguarsi al provvedimento, non al provvedimento adeguarsi ad essa."
Il presidente degli Stati Uniti non aveva altra scelta che firmare la legge, questo però non significa che la diplomazia abbia le mani completamente legate. Come ci si attendeva, il presidente ha emesso una dichiarazione all'atto della firma (consultabile qui) in cui pur accettando il mandato del congresso Trump si è soffermato sul nuovo sconfinamento del Congresso in quelle che sono le prerogative del presidente (secondo articolo della costituzione) in materia di politica estera, e si è riservato il diritto di decidere su come tradurre in pratica il mandato del Congresso rispetto ai negoziati a quattro sull'Ucraina. Trump dispone di un po' di spazio di manovra, specialmente sul modo di tradurre (o non tradurre, come sembrerebbe il caso) in termini operazionali la legislazione, ma sicuramente non ne dispone per ammansire l'Europa o, in maniera più attinente, per convincere la Russia che l'AmeriKKKa adesso ha qualcosa di concreto da offrire o, se l'offerta si concretizzasse, che ha modo di tenere ad essa fede. In altre parole, per la Russia gli USA non sono davvero in condizione di stringere degli accordi.


La dichiarazione di Medvedev

Il Primo Ministro russo Dimitri Medvedev ha scritto in risposta:
"La firma delle nuove sanzioni contro la Russia e la loro traduzione in legge da parte del presidente degli Stati Uniti a varie conseguenze. In primo luogo questa è la fine di qualunque speranza di migliorare le nostre relazioni con la nuova amministrazione statunitense. Secondo, gli Stati Uniti hanno appena dichiarato una vera e propria guerra commerciale alla Russia. Terzo, l'amministrazione Trump si è dimostrata oltremodo impotente, e nella maniera più umiliante, perché il congresso si è arrogato i poteri dell'esecutivo. Questo indica un mutamento dei rapporti di forza nei circoli politici degli Stati Uniti.
Cosa significa tutto questo per gli Stati Uniti? Lo establishment ameriKKKano ha messo Trump completamente fuori gioco. Il Presidente non approva queste nuove sanzioni ma non ha potuto evitare di firmare la nuova legge. Lo scopo di queste nuove sanzioni era rimettere Trump al suo posto. Il loro obiettivo a lungo termine è quello di rimuovere Trump dalla sua carica."
Le norme fondamentali nella nuova legge vanno sotto il titolo di The Russia Sanctions Review Act of 2017. Questo capo traduce in legge le sanzioni imposte in passato alla Russia dalle amministrazioni precedenti, e proibisce al presidente di alleviare qualunque sanzione in vigore contro la Russia senza il previo consenso del congresso la legge stabilisce che la procedura per arrivare a questo consenso di chiedere al presidente di inviare al congresso un rapporto che attesti e che riporti i presunti benefici che gli Stati Uniti conterrebbero dall'abolizione di questa o di quella sanzione in congresso poi può decidere un dibattito sulla relazione presidenziale e nel merito dei suoi argomenti sul potenziale do ut des che fa da giustificazione all'iniziativa proposta. Alla luce del dibattito il congresso può a quel punto considerare spedirsi favorevole o contrario entro i 30 giorni dal ricevimento della relazione presidenziale.
L'influente sito Lawfare specifica comunque che "il provvedimento è abbozzato in maniera piuttosto lasca così da contemplare azioni che abbiano un qualsiasi effetto di alleggerimento nonostante non si possa propriamente parlare di abolizione formale di qualche sanzione. Per esempio è necessaria una verifica del congresso anche per un'esenzione, "la concessione della licenza che altera in maniera significativa la politica estera degli Stati Uniti nei confronti della Federazione Russa", e per qualsiasi altra iniziativa che permetta alla Russia di accedere nuovamente ai beni immobili posseduti nel Maryland e a New York."
in breve il congresso si è dato 30 giorni di tempo per esprimere voto contrario su qualsiasi cambiamento Trump cerchi di imporre alla politica estera nei confronti della Russia.


L'offesa all'Europa

La sostanza è questa, il provvedimento presenta altri piccoli addentellati. La legge colpisce il settore energetico russo, permettendo agli Stati Uniti di emettere sanzioni contro le società interessate allo sviluppo degli oleodotti russi. Esso "andrebbe quasi di sicuro ad impattare sul controverso progetto di oleodotto tra Russia e Germania noto come Nord Stream 2, che è di proprietà della Gazprom ma include anche il sostegno finanziario di società europee. Il progetto intende portare attraverso il Mar Baltico il gas naturale russo, aggirando paesi come l'Ucraina, la Polonia e negli Stati baltici," come riferisce il New York Times.
Qualcuno può considerare tutto questo come una semplice risposta alla pretesa intromissione russa negli affari interni degli Stati Uniti (come ha detto Feinstein), ma i sondaggi, anche quelli della CNN, indicano che l'establishment ha ovvi limiti politici -che interessano entrambi i partiti- nell'utilizzo del "Russia Gate" come sistema per mobilitare e accrescere il sostegno del pubblico alla rimozione del Presidente Trump. I sondaggi indicano che il 79% dei repubblicani non è "per niente" o "non molto" preoccupato per i pretesi legami di Trump con la Russia, mentre la stessa proprorzione di democratici è "molto" o "abbastanza" preoccupato. il 55% degli indipendenti in seno ai repubblicani è al 37% "per niente"preoccupato, e al 18% lo è "non molto". In sostanza il sostegno repubblicano al desiderio di Trump di arrivare alla distensione con la Russia non si è minimamente eroso, laddove la "preoccupazione" degli indipendenti e anche quella dei democratici ha invece perso qualche punto.
L'essenza è questa: la conventicola che sta attorno all'ex capo della CIA John Brennan e ad altri ha messo il cappello sul "Russia gate" per abbattere Trump, gridando allo scandalo. Solo che molto spesso le cose mandate in giro alla fin fine ritornano al mittente. A meno che l'establishment non riesca a reggere il ritmo delle illazioni e a produrre nuove rivelazioni, il "Russia gate" rischia di diventare una narrativa sterile, o un'imbeccata per la satira. Peggio, un tema tanto insistito potrebbe ritorcersi contro chi lo ha alimentato. Ci potrebbero anche essere altri scheletri nell'armadio... ma di pertinenza dell'altro partito: chi ha pagato ad esempio la Fusion GPS, cui è stato commissionato il libro nero contro Trump? La storia dell'assassinio di Seth Rich potrebbe arrivare ad una svolta? Ancora, l'ex impiegato dei servizi informatici della presidentessa del Comitato Nazionale Democratico Imran Awan, recentemente arrestato, imporrà alla narrativa un tono diverso? O c'è ancora qualcosa da svelare?


Le sanzioni vaghe

Fin dove arriverà la tensione antirussa? Il Ron Paul Institute intravede in un paragrafo della legge la possibilità che i siti Web che si esprimono contro le sanzioni potrebbero essere considerati collusi con i servizi segreti russi, perché starebbero cercando di influenzare i lettori secondo i loro dettami. Potrebbe essere interpretato come una relazione di scambio, sia pure attraverso Internet? La legge sanziona specificamente le "persone" che "intraprendono relazioni di scambio con i servizi o il settore della difesa del governo della Federazione Russa."
Secondo l'autore a prima vista si potrebbe pensare che si tratti di una interpretazione esagerata. "Dopo 12 anni passati a leggere i documenti di Capitol Hill, vi posso garantire che non si tratta mai di cose scritte in maniera semplice e descrittiva. Esiste sempre qualche sottinteso, ed in questo caso dobbiamo tenere presenti le molte occasioni in cui il direttore centrale dei servizi ed altri personaggi ai piani alti dei servizi di intelligence statunitensi hanno cercato di imporre l'idea che i canali di informazione stranieri come RT o Sputnik News non sono stampa tutelata dal Primo Emendamento, ma strumenti di un'organizzazione di intelligence straniera."
Non c'è dunque più speranza per Trump di arrivare alla distensione con la Russia? È troppo presto per dirlo, a mio parere. Medvedev ha parlato senza mezzi termini, ma le sue fosche previsioni forse intendono più ricordare agli statunitensi che le loro relazioni con la Russia non sono un giochetto della loro politica interna non una questione estremamente seria. D'ora in avanti, qualunque atto politico di una qualche rilevanza tra Stati Uniti e Russia sarà considerato in sospeso a tempo indeterminato.
La questione più essenziale è se lo stato profondo statunitense non abbia fatto il passo più lungo della gamba. Prima c'era questa lista di sanzioni, poi è arrivata la notizia che il consigliere speciale Robert Mueller, parte in causa nell'investigazione sui potenziali abboccamenti col Kremlino della campagna elettorale di Trump, sta avvalendosi di un Gran Giurì per emettere mandati di comparizione. L'uso di un Gran Giurì non impica per forza una messa in stato d'accusa, ma è uno strumento che serve a costringere i testimoni a prestare testimonianza, o a imporre la consegna di documenti sensibili che possano facilitare le cose per gli investigatori.
Questo segno di un atteggiamento ancora più aggressivo nella ricerca di prove favorevoli al "Russia gate"; la ricerca ormai interessa tutta la sfera finanziaria della famiglia Trump. Non è che ci si sta allargando troppo? A tutt'oggi non è stato provato alcun illecito.
Come già detto, la base repubblicana che sostiene Trump (a differenza del sostegno che gli arriva dallo establishment del partito) non mostra segni di erosione; sta diventando invece risentita ed irritata. Più vanno avanti gli attacchi da parte dei grandi mass media e della elite della costa orientale nei confronti della stampa alternativa e dei siti Web "disprezzabili" e più aspra sembra diventare la reazione. Oggi come oggi le divisioni in AmeriKKKa sono divenute troppo aspre perché si possa anche solo pensare che essa possa in qualche modo far tornare indietro il nastro e ricominciare dal momento in cui Obama ha lasciato la carica, come se Trump non fosse mai esistito.


Una strategia incoerente

La politica estera ameriKKKana nei confronti della Russia è al momento ridotta a un fantasma; tuttavia i malfunzionamenti della politica hanno una portata assai più ampia, e di questo non si può incolpare lo Stato profondo. La politica mediorientale non ha coerenza strategica, semplicemente.
Il 25 luglio Trump, a fianco del Primo Ministro libanese Saad Hariri, ha sbrigativamente definito il Libano con questo apprezzamento: "il Libano è sulla linea del fronte nella lotta contro lo Stato Islamico, contro al Qaeda e contro Hezbollah." Hariri ha dovuto correggere con educazione il presidente: Hezbollah è un membro della sua coalizione di governo, fa parte del suo governo ed è suo alleato in Parlamento. Il Libano sta combattendo lo Stato Islamico ed al Qaeda in Siria proprio tramite Hezbollah.
Non si dovrebbe considerare questo pur banale incidente come una delle tante papere presidenziali. Esso è un sintomo del grado di disadattamento raggiunto dall'Occidente nel contesto mediorientale. Sembra che nel campo occidentale non si trovi un solo individuo adulto e che vi abbondi soltanto una rabbiosa ignoranza che a comprendere la complessità del contesto mediorientale non ci prova neppure.
Joe Scarborough riassume bene la situazione in un articolo in cui, pur profondendo molte lodi sulle qualità personali della famiglia Trump, mette in guardia contro "l'ostinata arroganza che spesso inficia l'aspetto vincente delle campagne presidenziali." La vittoria di Trump ha portato suo genero a credere "di poter rifare il governo da cima a fondo come Al Gore, di controllare la Casa Bianca in ogni dettaglio come James Baker e di ridisegnare il Medio Oriente come Mosè. Sembra che la fiducia di Kushner arrivi a toccare il proprio apice," continua Scarborough, "ogni volta che è in discussione la pace in Medio Oriente. La sua curiosa convinzione che la storia del mondo sia iniziata il giorno che Trump si è insediato alla presidenza è venuta nuovamente alla luce questa settimana quando una registrazione clandestina lo ha sorpreso mentre diceva al personale della Casa Bianca: "Non vogliamo lezioni di storia. Di libri ne abbiamo letti abbastanza."
Ecco, probabilmente di libri sull'Iran dovrà leggerne qualcuno in più prima di decidere di accusarlo di non rispettare il JCPOA, l'accordo che pone limiti stringenti al programma nucleare iraniano. Kushner non deve per forza apprezzare l'Iran, ma semplicemente capire che si tratta di una importante potenza regionale, che le "divisioni" al suo comando sono vere e che a differenza della maggior parte dei paesi mediorientali in caso di bisogno è capace di agire in modo scaltro, efficace e deciso.


La cattiva gestione di una crisi

La sensazione che l'Occidente manchi di competenze strategiche non riguarda soltanto gli avversari di Trump. L'Iran utilizza le accuse statunitensi di violazioni degli accordi come mere pezze d'appoggio per rafforzare la propria alleanza con la Russia e la Cina che in via di rapido consolidamento. Lo scontento ha trovato anche una inattesa sponda nello stato sionista; si consideri ad esempio questo scritto, opera di quel Ben Caspit che è uno dei giornalisti meglio ammanicati del paese.
L'episodio è meglio illustra la situazione si è verificato la scorsa settimana quando la crisi sul Monte del Tempio ha minacciato di investire tutto il Medioriente in un deflagrazione iniziata nella moschea di al Aqsa. Per tutta la durata della crisi l'amministrazione statunitense di fatto si è comportata da assente ingiustificata. Nonostante essa abbia cercato di farsi credere profondamente coinvolta negli sforzi per arrivare ad una soluzione, la verità è che gli ameriKKKani non hanno rappresentato un elemento significativo durante i giorni più tesi della crisi, quando sembrava che tutto il Medio Oriente sarebbe precipitato in una nuova spirale di violenza.
Lo stesso presidente Trump non era certo coinvolto negli eventi come l'amministrazione voleva far intendere. Il suo inviato speciale Jason Greenblatt ha perso il proprio ruolo di mediatore imparziale fin dai primissimi giorni della crisi. Una affidabile fonte palestinese ha detto sotto condizione dell'anonimato ad Al Monitor che "Greenblat si è schierato, ed ha rappresentato Netanyahu per l'intera durata della crisi... Il comportamento degli ameriKKKani non ha fatto altro che rafforzare l'idea prevalente negli scorsi giorni a Ramallah: Greenblatt e Jared Kushner non hanno alcuna rilevanza."
"Non conoscono affatto l'altra parte in causa, [ha detto a Caspit un'altra fonte palestinese] non conoscono il medio oriente e non hanno consapevolezza delle cose. Non si può venire a conoscenza di quanto sta succedendo qui con un seminario di qualche settimana..."
"Un ministro sionista di lunga esperienza ha aggiunto, a condizione di restare anonimo: 'Gli ameriKKKani non sono davvero presenti qui. Ci lasciano fare tutto quello che vogliamo. Non sono loro a tenere banco, e non sono loro a definire le cose da fare.'
Ovviamente questa libertà d'azione quasi completa sarebbe il sogno della destra sionista. Ma anche nella destra sionista c'è chi sta cominciando a preoccuparsi per come stanno andando le cose. 'Era chiaro, per quanto poteva esserlo, durante la crisi del Monte del Tempio. Non c'era un solo adulto responsabile in tutta la banda.'"

martedì 1 agosto 2017

Alastair Crooke - Il crollo di alcuni capisaldi statunitensi



Traduzione da Consortium News, 28 luglio 2017.

Facebook è l'icona di chi crede in certi punti fermi. Poco tempo fa ha scritto a uno dei siti della "destra alternativa" statunitense informandolo del fatto che vari post da esso curati dovevano essere rimossi immediatamente o sarebbero stati cancellati.
I riferimenti offensivi erano la parola "travelli" per indicare i transgender, e la parola "travestiti." Il messaggio scritto da Facebook suggeriva inoltre che l'identità di genere costituisse una "caratteristica protetta" su base legale, cosa che non è vera, e che riferirsi ai transgender definendoli "travelli" poteva essere considerato "istigazione all'odio", ovvero un illecito penale.
In sé è una questione di rilevanza nulla, non fosse per il fatto che è un perfetto esempio della discussa visione delle cose che ingloba la società civile statunitense di oggi. Da una parte c'è l'idea secondo cui la diversità, l'orientamento sessuale liberamente scelto e il diritto all'identità si traducano sul piano sociale in coesione e solidità. Dall'altra invece c'è l'idea di cui è esempio Pat Buchanan: un paese, ivi compresi i nuovi arrivati, sta insieme per lo più grazie al patrimonio di memorie, al retaggio culturale di usi e costumi, all'attaccamento a un certo "modo di essere" e per i principi che lo governano. Questo è quello che costituirebbe la fonte della solidità di un paese.
La questione, qui, è che i punti fermi dell'Occidente stanno franando. Insistere per gestire e controllare il discorso (per dirla con Michel Foucault) mantenendolo all'interno di un'ideologia politica strettamente delimitata attira adesso un pubblico disprezzo -e negli Stati Uniti anche manifestazioni di piazza- che si dirigono contro i media sociali e contro costituitivi del mainstream mediatico come la CNN. Insomma, più le parole d'ordine del caposaldo della diversità vengono imposte negli USA, e maggiore è la ripulsa popolare che incontrano, a quanto sembra.
I siti che si oppongono a questa "correttezza" stanno attirando un pubblico molto più vasto di quelli che la promuovono. Ma non è tutto qui. Anzi, non è neppure la metà. I capisaldi stanno cedendo su vari fronti, con ampie e probabilmente burrascose conseguenze.


Il caos in politica estera

Il settore in cui questo è più evidente è quello della politica estera in generale e della politica mediorientale in particolare. Il mainstream mediatico se ne è occupato poco, ma stando a certi resoconti il Consiglio per la Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti ancora una volta non è riuscito a presentare alcun argomento convincente su come l'AmeriKKKa potrebbe in qualche modo vincere in Afghanistan, anche con un sostanziale incremento della forza militare come auspicherebbe il consigliere per la Sicurezza Nazionale H.R. McMaster. La guerra in Afghanistan è stata una guerra lunga e nessuno ne trarrà un esito soddisfacente, anzi. E questo è da molto tempo chiaro per quasi tutti coloro che ne hanno seguito le vicende.
In secondo luogo, Hezbollah ha cacciato in pochi giorni Al Qaeda dalla enclave di Arsal nel Libano del nord. Il Libano confina con la Siria, proprio come vi confina l'Iraq, che della Siria è alleato. Facilitati dallo shock provocato sugli insorti dalle notizie sulla fine della fornitura di armi da parte della CIA e delle paghe passate ad alcuni (non a tutti) gruppi di insorti, l'Esercito Arabo Siriano e i suoi alleati stanno rapidamente rioccupando il territorio dello stato siriano. Sembra che gli USA siano arrivati alla conclusione che in Siria l'AmeriKKKa non ha nulla da guadagnare e che con la caduta di Raqqa e la sconfitta dello Stato Islamico la Casa Bianca può ritenere a buona ragione che gli obiettivi degli USA sono stati raggiunti.
In terzo luogo, il popolo iracheno ha subito una trasformazione significativa. La brutalità dello Stato Islamico e il totalitarismo ideologico nel Nord del paese lo hanno mobilitato e radicalizzato, e l'Iraq è oggi un paese in trasformazione. Anche il panorama politico cambierà: gli sciiti iracheni stanno prendendo coscienza del loro rafforzamento.
Il governo (che è impopolare) e la leadership religiosa, la Hauza rispettata ma oggi minata dall'età, devono per forza vedersela con questa nuova ondata di mobilitazione popolare. Questi profondi mutamenti di tendenza già si riflettono sul posizionamento strategico di un Iraq che si sta avvicinando alla Russia (si veda l'acquisto dei carri armati russi T90), alla Siria e all'Iran. La spina dorsale del Medio Oriente sta rafforzandosi, certo, ma seguendo un'altra strada.
Questo mutamento del clima può determinare anche il futuro dell'Islam sunnita. La maggior parte dei sunniti iracheni ha provato repulsione e disgusto davanti agli eccessi del Da'ish wahabita, al pari dei siriani di ogni confessione. I cittadini sunniti di Mossul, adesso liberi di raccontare la loro esperienza, hanno raccontato ai loro compatrioti iracheni (così mi è stato riferito) della perenne rabbia per le decapitazioni del clero sunnita della zona da parte dello Stato Islamico: c'erano state lamentele per il comportamento non conforme all'Islam di jihadisti stranieri parte del Da'ish a Mossul. Quella dell'Islam venuto dal Najd è stata una brutta esperienza, che alla fine avrà conseguenze sull'Arabia Saudita e sui suoi vertici -ferocemente odiati oggi in Iraq- oltre che sull'AmeriKKKa che dell'Arabia Saudita è un alleato stretto.
Insomma, i punti fermi della politica mediorientale dell'Europa e degli USA stanno collassando, ed è in crisi anche il baluardo presieduto dal Consiglio per la Cooperazione nel Golfo. Per quanto riguarda la Siria, lo starnazzare dei "falchi" esasperati risuona in tutto l'Occidente.
Ovviamente ci saranno delle conseguenze. Lo stato sionista asserirà minaccioso che "non può rimanere impassibile" mentre Hezbollah e l'Iran si acquartierano sulla linea armistiziale nel Golan, e magari cercherà di mettere alla prova la Russia come garante della zona di de-escalation militare nel sud ovest della Siria. Il Primo Ministro Benjamin Netanyahu è particolarmente irritato perché lo stato sionista è stato messo fuori dai giochi in Siria ad opera del Presidente russo Putin: la speranza di creare un cordone sanitario sotto controllo sionista all'interno del sud ovest siriano è stata frustrata. Lo stato sionista e i suoi alleati adesso faranno forti pressioni sugli USA perché per rappresaglia si argini l'Iran in maniera punitiva.
Il nuovo reggente saudita, principe della corona Mohammed bin Salman detto MbS, costituisce un altro elemento imprevedibile e volatile in questo miscuglio. Nonostante ciò, il Pentagono sa bene che gran parte della spacconeria sionista nei confronti dell'Iran non è altro che un bluff. Lo stato sionista, l'Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti non hanno alcuna capacità di sfidare l'Iran così, da un giorno all'altro, senza il pieno sostegno dell'AmeriKKKa.


Vacillano i punti fermi dell'economia

Quello della politica economica è un altro bastione sempre più vacillante. Sembra che la convinzione diffusa fra alcuni leader del mercato secondo cui i valori azionari non possono salire all'infinito, retti da un oceano di liquidità e da tassi di interesse vicino allo zero, che significano volatilità vicina allo zero e scambi a senso unico, che hanno fatto somigliare i mercati ad una sorta di barca sovraffollata e sul punto di rovesciarsi, dal momento che tutti i passeggeri sono corsi a sistemarsi su un unico lato.
Alcuni fra quanti partecipano ai mercati sembrano convinti che i governatori delle banche centrali non avranno mai il coraggio di alzare i tassi o di  far deperire i propri bilanci, mandando in bestia i mercati. Tutti costoro, che fino a qualche tempo fa erano forse la maggioranza, credono che questa barca fatta di bassa inflazione e di bassi tassi di interesse continuerà a stare a galla praticamente a tempo indeterminato, magari con l'aiuto di un'altra ventina o cinquantina di migliaia di miliardi di quantitative easing, detto QE.
La questione è tutt'altro che nuova, ma in questi ultimi tempi un considerevole numero di responsabili della finanza di alto livello e anche alcuni banchieri delle banche centrali hanno scandito ammonimenti tombali sul conto delle alte sopravvalutazioni dei valori finanziari, sulle sacche di debiti sub-prime che stanno tornando a galla (i prestiti per le automobili) e i livelli del rapporto fra debito interno e prodotto interno lordo sia a livello individuale che a livello pubblico che stanno salendo oltre i valori della crisi del 2008.
Il debito globale ha superato cinquecentosessantottomila miliardi; il 46% in più rispetto alla crisi del 2008. Adesso vale il 327% del prodotto mondiale. Una massa critica di opinionisti finanziari esperti sembra se ne sia accorta. Essi contrappongono questa problematica distorsione monetaria e dei mercati alla prospettiva che un tetto al debito USA tagli nell'immediato futuro le gambe alle spese del governo federale, e alla probabilità che un Congresso profondamente minato dai conflitti e interessato da fenomeni di polarizzazione in entrambi gli schieramenti principali non potrà né approvare un bilancio, né portare alla "reflazione" vagheggiata da Trump, né varae una campagna significativa per la ricostruzione di infrastrutture.
Il loro timore è che esista una significativa percentuale di membri del Congresso e di senatori, in entrambi i partiti, talmente ostili a Trump da volerne vedere volentieri la rovina, anche a prezzo di una crisi economica. O che temono che se anche venisse approvato qualche provvedimento per stimolare l'economia, le banche centrali toglierebbero troppo velocemente ai mercati la massa di liquidità offerta loro. In un modo o nell'altro vedono tutti gravi rischi per quest'anno e per il 2018.
In breve, non solo la politica estera ma anche la politica finanziaria potrebbe trovarsi ostaggio della dissoluzione dei capisaldi della politica statunitense con tutto quello che ne consegue, ovvero la mancanza di quell'organismo efficiente, centralizzato e portatore di coesione che il governo ameriKKKano è stato e per come esso era noto fin dalla seconda guerra mondiale.


Invitare al rifiuto

Ed eccoci di nuovo all'ininfluente aneddoto citato all'inizio, su Facebook che cerca di rifondare il caposaldo narrativo secondo cui la scelta del genere apparterrebbe in maniera indiscutibile alle "categorie tutelate". Il problema è che questo caposaldo non regge. Più ci prova, più si fa ribadire, più rifiuti deliberati esso ottiene.
In maniera analoga, lo starnazzare dei falchi che invocano il ripristino dei vecchi caposaldi della politica secondo cui armare, addestrare e pagare jihadisti wahabiti per massacrare centomila soldati siriani (sunniti in molti casi, se non nella maggioranza) costituisce una tutela degli interessi ameriKKKani non regge più. Si consideri ad esempio David Stockman, il suo Bravo Trump, per quel tweet che ha messo sottosopra il partito della guerra (Trump: "Lo Amazon Washington Post ha distorto i fatti in merito alle mie ultime massicce, pericolose e sprecate elargizioni ai ribelli siriani che combattono Assad...").
La tiritera secondo cui si rimedia al troppo debito aggiungendovi altro debito, e che il conseguente crescere dell'inflazione andrebbe ben accolto in quanto mera conferma del fatto che è in atto proprio un recupero dell'economia, non regge più neanch'essa. Anche questo modo di intendere le cose è adesso oggetto di aspra disputa.
Persino i banchieri della banca centrale adesso si preoccupano dell'inflazione da loro stessi agevolata, ma si preoccupano anche di più delle conseguenze che potrebbe avere un qualunque tentativo di farle fronte. Stanno fra l'incudine e il martello.
Dove andremo a finire? Magari l'angoscia per le batoste subìte dagli USA in politica estera continuerà a dispiegarsi per l'intera estate, ma in autunno magari in USA ci sarà meno bramosia -o meno attenzione- per le iniziative in politica estera intanto che si avvicina l'inverno dell'economia. Nel peggiore dei casi il tumultuoso incombere del conflitto interno potrebbe anche far sembrare allettante l'idea di un'iniziativa in politica estera, che sarebbe un benvenuto diversivo rispetto alle preoccupazioni economiche.
In questo momento la retorica statunitense sta usando l'Iran e la Corea del Nord come sacche da boxe. Nessuno dei due tuttavia andrebbe considerato come un candidato per una qualche distrazione. Essi rappresentano piuttosto delle potenziali nemesi.
E per le preoccupazioni economiche, non servirebbe tanto un quarto quantitative easing, ma forse una qualche chiamata diretta a un ripianamento del deficit con una pioggia di denaro. Insomma, si dovrebbe usare denaro fresco di stampa per finanziare direttamente le spese federali. Ah, nella sua attività Trump non è mai rifuggito dai debiti.
Si dice spesso che le condizioni monetarie di questo periodo sono eccezionali e prive di precedenti. Tuttavia la storia degli assignat francesi degli anni successivi al 1790 può fornire qualche suggerimento. Nonostante la massiccia creazione di denaro, Andrew White, nel suo Fiat Money Inflation in France pubblicato nel 1896 afferma che "anche se è cresciuto l'ammontare della moneta cartacea, la ricchezza è sensibilmente diminuita. Nonostante tutte queste emissioni di carta le attività commerciali sono cresciute in modo sempre più stentato. L'impresa è rimasta congelata e gli affari hanno ristagnato sempre di più".
Infine è bene ssere chiari. Trump senza dubbio sta agevolando la dissoluzione dei capisaldi dello establishment, e questo era in fondo il suo obiettivo dichiarato. Solo che questo non sta accadendo grazie a lui. Si tratta di un evento che era già in corso: Trump se n'è accorto e si è messo a cavalcare l'onda al momento giusto.